Sabato, 16 Ottobre 2021
Cronaca

Sixty: a un anno dall'inizio del presidio la vertenza continua LA STORIA

E' iniziato il 14 novembre 2011 il presidio dei dipendenti della Sixty. La vertenza non è ancora terminata. Ripercorriamo insieme i momenti critici nell'anniversario che nessuno avrebbe mai voluto festeggiare

È un primo anniversario che i dipendenti della Sixty non avrebbero voluto festeggiare. Di certo avrebbero preferito che la vertenza si chiudesse, con soluzioni positive per tutti i circa 400 lavoratori dell’aziende di via Paggio.

E invece ad un anno di distanza dall’inizio del presidio permanente, non c’è ancora luce sul futuro dei dipendenti del marchio tessile. Il tavolo ministeriale previsto per lunedì scorso (12 novembre) è stato rimandato a data da destinarsi.

L’ennesima delusione per i lavoratori che appena una settimana fa hanno manifestato in centro a Pescara sfilando fino al consiglio regionale in piazza Unione per chiedere un intervento della Regione al tavolo presso la sede del ministero dello Sviluppo Economico. Ma il governatore Chiodi è stato chiaro: parteciperà solo se ci sarà anche il Governo.

Le preoccupazioni dei lavoratori affondano le radici più lontano, prima di 12 mesi fa, quando la proprietà ha spostato all’estero interi reparti di produzione e ha annunciato l’intenzione di ricorrere ad esuberi. Dopo proteste, sit-in e l’inizio del presidio, le promesse e le speranze si sono rincorse senza però trovare una soluzione. 

Ma è nel 2012 che le vicende della Sixty hanno contribuito a far vedere il futuro dei dipendenti sempre più nero. Il 17 gennaio un gruppo nutrito accoglie i partner cinesi in visita nello stabilimento di via Piaggio, in una protesta dallo slogan “Welcome to you, goodbye to us”. L’azienda rassicura: “La Sixty non parlerà cinese, il gruppo Trendiano è solo un partner commerciale”. Ma i dipendenti non si fidano: chiedano che vengano salvati tutti i posti di lavoro.

A febbraio viene presentato il nuovo piano industriale, che prevede 183 esuberi e un processo di riorganizzazione dell’azienda pur mantenendo la sede a Chieti. Il 9 marzo i dipendenti tornano in piazza, davanti alla sede della Provincia, per difendere il proprio lavoro. Mentre i sindacati incontrano i vertici aziendali, che negano il ricorso alla cassa integrazione, i dipendenti sfidano il maltempo. Continuano gli appelli disperati alle istituzioni e almeno quelle locali rispondono. 

Il 24 marzo la mobilitazione sfocia in una fiaccolata in via Piaggio. I lavoratori Sixty bloccano l’intera zona industriale. Partecipano anche gli amministratori locali e il sindaco Di Primio si toglie provocatoriamente la fascia tricolore: “La rimetterò – dice – solo se Sixty ascolterà le richieste dei sindacati”. Dopo pochi giorni riparte il dialogo fra azienda e sindacati. L’azienda promette di rivedere il numero degli esuberi nei reparti creativi: modelleria, prototipia e Cad. 

A maggio la svolta drammatica: Sixty non è più un marchio italiano. L’aziende viene ceduta ad un fondo di proprietà panasiatico, Crescent Hyde Park, con sede alle isole Cayman. Lavoratori, sindacati e amministratori chiedono di evitare la dismissione.

Fino alla protesta eclatante di settembre: il giorno 5, durante lo sciopero indetto da tutte le sigle sindacali, Marino D’Andrea e Massimo Di Francesco, entrambi rsu Cgil, salgono sul tetto e occupano l’azienda. Ne scendono 3 giorni dopo, per evitare di essere licenziati. Nelle settimane successive c’è il primo vertice al ministero dello Sviluppo economico: la proprietà scopre le carte con l’esito peggiore, annunciando di voler salvare solo 50 posti.

Successivamente i sindacati portano in tribunale accordi e bilanci dal 2005: vogliono chiarezza sui passaggi con cui l’azienda è finita nelle mani del fondo panasiatico Crescent Hyde Park.

Il 24 ottobre scatta una nuova azione eclatante: l’azienda serra in cancelli, ma nel pomeriggio una settantina di dipendenti approfitta dell’ingresso di una guardia giurata per entrare. Restano nella hall giorno e notte fino al 29 ottobre, data in cui è previsto l’ennesimo incontro al ministero. In quella data lasciano via Piaggio senza avere alcuna garanzia. La proprietà non dà risposte precise e si fa sempre più insistente il sospetto che voglia affidare ai 50 dipendenti da salvare solo il campionario italiano, gestito da un new company.
Ancora dubbi, voci e nessuna certezza dopo dodici mesi di presidio permanente. 

 

Sullo stesso argomento

In Evidenza

Potrebbe interessarti

Sixty: a un anno dall'inizio del presidio la vertenza continua LA STORIA

ChietiToday è in caricamento