Franceschelli Giovanni, pittore e scultore

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ChietiToday

Giovanni Franceschelli nacque il 01/07/1909 a Celenza sul Trigno, ove trascorse tutto il periodo dell'infanzia, insieme ai genitori: Angelo Antonio Franceschelli e Berenice Javicoli. Ben presto dimostrò la sua abilità artistica: creò sculture, eseguite sfruttando tutti i materiali di cui disponeva: l'impasto del gesso, o l'argilla della vicina "Pincera", la pietra del fiume Trigno o la neve d'inverno. E fu la neve, per mezzo della quale riuscì a stupire, a sorprendere il paese. Infatti nell'uscire dalla chiesa, dopo la santa Messa della domenica, i compaesani trovavano spesso, realizzato in neve ghiacciata, un busto, dalle dimensioni di uomo adulto, raffigurante uno di loro, nel bel mezzo della piazza, antistante la chiesa madre. Come non ricordare anche il San Donato, al centro della Villa comunale: un intero blocco di ghiaccio scolpito che ritraeva la veneranda persona, in atteggiamento benedicente il suo popolo. Quello fu un evento singolare per tutti i Celenzani accorsi, sotto la bufera di neve. Essi rimasero incantati dinanzi al loro Santo fatto di neve. Presto il loro stupore si trasformò in plauso e

compiacimento, rivolto alla bravura e alle doti artistiche del giovane "Donatino", come era chiamato in famiglia e dai compaesani stessi. All'età di tredici anni, fu avviato dal padre agli studi, presso le Scuole Medie Inferiori del Seminario Diocesano di Trivento ( Campobasso), ove frequentò anche il Liceo Ginnasio e qui conobbe il compianto Mons. Andrea La Verghetta. L'inesorabile desiderio e bisogno di seguire la sua innata passione per l'arte, lo spinsero a trasferirsi al Liceo Artistico di Torino, ove conseguì il diploma. Nella stessa città, frequentò per tre anni l'Università di Architettura, e per la prima volta e con grande successo partecipò ad una mostra di pittura e scultura indetta dall'università stessa. Il suo lavoro scultoreo, risultò il migliore, tra tutte le opere degli altri giovani artisti universitari. Grazie allo studio assiduo e alla propria bravura, per il Franceschelli non fu difficile inserirsi negli ambienti culturali torinesi, Stinse un legame di amicizia con il Principe Umberto di Savoia che immortalò in un busto, poi a lui gentilmente regalato dall'artista abruzzese. Conobbe il Re Vittorio Emanuele che poserà anch'Egli a giovane artista; così la sua figura nobile ed austera sarà eternata da una statua in terracotta. Durante le sue frequentazioni nella famiglia reale è talmente colpito dalla nobiltà e dal fascino della principessa Maria Josè del Belgio, cosicchè la sua giovinezza e beltà saranno oggetto di una nuova, stupenda, vitale, opera scultorea. Riceverà dalla famiglia reale merito, plauso, ed una moneta d'argento con l'effige del Re d'Italia, quale ricordo del loro calore umano e regale. Tale moneta fu custodita a lungo gelosamente dall'artista che poi, purtroppo, egli donerà alla patria. Nel 1934 fece la conoscenza di Josephin Bacher, famosa ballerina francese, il cui volto viene racchiuso nelle linee decise, ferme, intagliate di un bassorilievo. Il volto della donna, fuor dal comune e lì, fermo e vibrante a farsi ammirare. L'opera è impressionante per l'impulsione prodotta dall'intensità dei giochi, dei sobbalzi e dalle linee da cui traspaiono la bellezza, la miticità della donna-personaggio come pure la sua composta sensualità d'arte. Anche Lei, Josephin Bacher, volle lasciare un segno della sua amicizia e del suo ringraziamento all'artista, apponendo la propria firma su una foto-documento, che noi di famiglia, conserviamo. Il Franceschelli nel 1937 tornò al suo paese natio, prese in moglie la giovane Fiorina Carusi e con lei si trasferì a Milano, ove nacque il loro primo figlio, Antonio. Durante gli anni di permanenza nel capoluogo lombardo, il giovane artista diede a tutti gli effetti inizio alla sua attività e produzione artistica: oltre ad una serie di studi riguardanti i plastici, eseguì anche sculture, oli su tela e disegni realizzati a penna con china ed a pastello. Tali "opere milanesi" gli valsero un ottima fama da meritare il gratificante compito di immortalare il grande maestro Arturo Toscanani, in occasione della sua morte. Infatti, fu incaricato dall'Ente della Scala e dal comitato organizzatore delle onoranze, di realizzare il busto del musicista che fu esposto in Galleria. Pregevoli ancora furono le realizzazioni di busti raffiguranti nuovamente il Re d'Italia ed il Duce, opere richieste dal Comandate del Corpo D'Armata, Generale Frattini. E' incaricato dalla Campari di creare un lavoro artistico, al fine di festeggiare la nascita di una loro nuova produzione: cosi presenta un bassorilievo a carattere mitologico in cui gli Dei dell'Olimpo si inebriano del "Giovin Campari", la nuova specialità milanese. Lo zio di Shirley Temple, conosciuta a Milano la fama dell'artista, immediatamente, prima del suo ritorno in Argentina vuole fare perpetuare dall'artista la prodigiosa fanciulla, sua nipote; così il Franceschelli realizza "la Shirley Temple in costume del 700" e "da marinaretto". In questo periodo, realizza tre bassorilievi raffiguranti la famiglia del Presidente americano Truman, opere realizzate su richiesta dell'Ambasciata americana. Sempre a Milano, lo ritroviamo come scultore e responsabile dei reparti di produzione, in alcune ditte d'artigianato d'arte. Ed è qui che si cimenterà anche per la prima volta, nella ceramica d'arte. Le realizzazioni effettuate furono tante, in diverse ditte ma purtroppo non abbiamo documentazione, rimane solo una piastrella in ceramica dai colori splendidi e delicati, raffigurante una giovane donna in costume abruzzese: "l'Abruzzesina". Appartengono a questo periodo anche numerosi busti, pitture ad olio su tela, tempere, ancora piccole sculture e bozzetti di motivazione varia, soggetti sacri, mitologici ed ancora soggetti appartenenti al mondo animale e floreale. A proposito, i fiori che dovevano anch'essi essere creati, impegnavano di mala voglia l'artista, cosicché la moglie Fiorina provò lei a plasmare l'argilla tra le dita e con grande sorpresa, dalle sue mani cominciavano a nascere petali, foglioline, rametti, che andavano a comporre un fiore artisticamente bello, pieno d'amore e di sensibilità. Questi fiori finivano ad adornare i cestini, e le chiome delle fanciulle e delle damigelle, create dal marito artista. Laddove c'è un fiore, esso rappresenta una piccola "opera" di nostra madre che va ad aggiungersi «naturalmente ad una più grande opera del suo sposo artista. A Milano purtroppo, la guerra era sentita terrificante e disastrosa e la piccola famiglia dell'artista che trovava alloggio vicino alle industrie belliche, continuamente bombardate dai tedeschi, era costretta a vivere nei rifugi di fortuna. In questi luoghi bisognava provvedere al nutrimento del figlioletto Antonio, ancora lattante che piangeva, ma alla mamma Fiorina mancava il latte, allora inventarono la "puparella" un succhiotto fatto con un fazzolettino ripieno di zucchero e bagnato al vino, piccola invenzione domestica, con amore, dettato dalla necessità. Comunque appena fu possibile, lasciarono Milano. Nel treno, diretto verso l'Abruzzo, la mamma Fiorina, tenendo in braccio il figlioletto che piangeva. Era commossa perché lasciava Milano; la Milano che l'aveva formata, l'aveva maturata e lì era divenuta madre.

La permanenza a Chieti che va dal 1940 al 1951 vede il Franceschelli circondato da un largo stuolo di amici che notando le doti dell'artista lo spronano e lo incitano allo scopo di produrre un florido e fecondo lavoro. Nel 1945, a Chieti trovò occupazione presso l'Ufficio Tecnico Erariale ed in questo periodo nasce il secondo figlio Raffaello. Nel 1948-49 lo ritroviamo impiegato presso la Sovraintendenza alle Antichità e Scavi di Chieti, ivi gli verrà affidato anche il compito di sovrintendere ai lavori di scavi e restauro dei Templi Romani di Chieti e tali lavori li dirigerà in missione anche a Pretoro, Fallascosa, a Poggiofiorito ed in altre località. I suoi lavori, di geniale intervento, Egli li documenterà su carta in tanti schizzi e disegni come era di costume presso questo organo competente, ove i suddetti sono custoditi. Proprio in questo anno nel 1949 la famiglia è felice dell'arrivo del terzo maschietto Franco di cui l'artista è fiero, viene così stimolato alla creazione di nuove sculture : il "neonato", " mio figlio","nudini maschili e femminili", "testine di fanciulli". Dalla giunta comunale gli viene affidato la realizzazione dello "Schiller". Dalla Camera di Commercio "il Pastorello". Dalla Provincia "il Mazzini". Dalla Scuola Industriale Luigi di Savoia i "tre busti dei fondatori della scuola stessa". Nel frattempo, il Franceschelli preparava la realizzazione dei quattordici "Pannelli della Via Crucis" destinata alla chiesa di Sant'Agostino, richiesti da Mons. Antonio Jannucci Arcivescovo emerito di Pescara: un lavoro grande e snervante in cui l'artista espresse tutta la sua maestria artistica. Sempre la stessa Chiesa viene arricchita da un'altra opera, questa volta pittorica, la tela (mt 3 per mt2) raffigurante "Sant' Agata con il guerriero" che sormonta l'altare minore della Chiesa stessa, in fondo a destra di chi guarda. La Chiesa di San Francesco, sita lungo il Corso di Chieti, si arricchisce di una maestosa opera raffigurante un "Cristo" dalle dimensione naturali, mentre un bassorilievo in terracotta di una Madonna viene collocata nella Chiesa di Sant' Agata di Chieti. Nel 1947 Mons. Giuseppe Venturi, Arcivescovo di Chieti, è lieto di posare a più riprese all'artista per la realizzazione del proprio busto di cui poi il Franceschelli farà felice regalo alla veneranda personalità. Nel frattempo nello studio dell'artista, Novembre 1947, sono pronti circa quaranta soggetti, per una mostra personale alla Galleria di Chieti, ove suscita vivo interesse ed ammirazione. Nel 1948 espone a Pescara, di nuovo a Milano e a Torino, poi seguirà tra breve una seconda grande mostra nella Galleria di Chieti e fu proprio in quell'occasione che Carlo Siviero, vero critico d'arte, dopo aver osservato un lavoro del Franceschelli esprimeva un giudizio assai lusinghiero e formulava i più cordiali auguri per la conquista di una bella fama che sarebbe stata sempre in ascesa (Messaggero dell'11 novembre 1947). Nel 1948 realizza il busto a Padre Settimio Zimarino-musicista e cantore di lodi alla Madonna e al Bambin Gesù, tale opera viene richiesto da una commissione in occasione della ricorrenza della sua morte. Nel frattempo è invitato ad Ascoli Piceno per la realizzazione di bronzi, terrecotte, monumenti di personaggi illustri della città e della zona marchigiana, tra questi si ricorda il bronzo al Duca d'Aosta. A Molfetta è ricevuto con onori per la realizzazione di una scultura in marmo che sarà deposta nel Cimitero Comunale. ll Prefetto Ottaviano di Chieti piange di commozione nel vedere rivivere il caro figliolo nella scultura del Franceschelli e così piangeranno anche i genitori di due ragazzi, affogati nel fiume Trigno, dinanzi alle testine dei due figlioli, colme di espressione e di vitalità. Mistico è il Cristo, sito nella casa madre delle Ancelle dell'Incarnazione di via Picena, Chieti. Meravigliose sono le realizzazioni in terracotta:

- La Madonna ricevuta in una notturna visione e subito eseguita all'alba;

- ll Giovanni Battista benedicente il Cristo;

- La Madonna del fanciullo abbandonato, nel periodo post bellico;

- La Pastorella con la pecorella;

- "ll papà" Angelo Antonio, posizionato sulla sua tomba, al Cimitero di Chieti;

- "La nonna" paterna dell'artista.

- Le testine dei suoi figli "Tonino", "Lellino" e "Francolino"

- Le innumerevoli testine di fanciulli e fanciulle .

- La sua cara "Fiorina"

-"Mio figlio"

- ll busto di donna "tra sogno e realtà"

- "Clelia"

- ll "Mi te sete": giovanotto che strappa il bacio, furtivamente, ad una ragazza con la conca in

mano presso la fonte

- "Riso e sorriso": testina di fanciulla

- "Omnia Vincìt Labor": bassorilievo sito nella Camera di Commercio di Chieti, in occasione

della prima mostra Regionale abruzzese, Chieti 1950

- "La città di Chieti assediata dai tedeschi", altro bassorilievo in terracotta.

- "La Toscanina" sita al Museo Barbella: opera di rara, delicata e preziosa bellezza.

- "La Vergine Maria con il Bambino"· olio su tela - opera lasciata a Napoli ,nel 1955 e dal

sapore dell'Icona.

-"Il Michelangelo Buonarroti" (Galleria privata di famiglia)

- Il trittico scultoreo, raffigurante la Madonna che sorregge il Bambino Gesù con accanto San

Francesco D'Assisi e Sant'Antonio di Padova. Tale trittico sormonta misticamente il portale

della Chiesa del Sacro Cuore di Chieti.

- Da ricordare la Storica inaugurazione alla venerazione dei quattordici pannelli della Via Crucis

nella Chiesa di Sant'Agostino, Chieti.

Vale la pena ripetersi nel menzionare ancora l'impressione e la forza che suscita il Cristo sito nella Basilica di San Francesco al Corso di Chieti, opera dalle dimensioni naturali umane

- Altri Passionali Cristi, sono stati da lui modellati in varie altre occasioni.

- Ancora la pittura murale ad olio, raffigurante il Principe Umberto, nella sede della segreteria

politica del Partito Monarchico in Chieti -1950.

-E' da notare la rapidità con la quale realizza testine, bozzetti di vari contenuti, di fanciulli e

fanciulle, gli innumerevoli nudini femminili; molte di queste opere sono custodite nella

Galleria di famiglia.

E' meraviglioso constatare, allorquando si rivolge, il più attento studio ai particolari anatomici di questi nudini, proprio come essi sono rappresentati nelle tavole di Anatomia Umana Normale. Questi particolari per costituzione, carattere, forma, estensione, direzione, volume, inserzioni dei singoli elementi del corpo, sono miranti a raggiungere perfettamente il massimo effetto anatomico-artistico.

Nel Maggio del 1950 dai Padri Camilliani è invitato a Bucchianico a perpetuare il grande Santo Camillo De Lellis, in una opera che trovasi attualmente nella Basilica stessa.

- Dalla Giunta Comunale del paese stesso, gli viene affidato la realizzazione del bassorilievo in terracotta "Il Miracolo delle fave" e di un pannello in ceramica dello stesso significato, situato a ricordo del grande evento, sul luogo Santo del Miracolo.

Più tardi è invitato a recarsi a Lanciano (CH) e dietro richiesta delle autorità locali realizza 40 soggetti di personaggi illustri della cittadinanza, tra questi si ricorda il Dott. De Benedictis. A Lanciano stesso, conosce il pittore Gino Sigismondi e si scambieranno in dono una loro produzione artistica.

Al termine della realizzazione di quest'ultimo complesso di opere, l'artista tomò stanco ed esaurito nella sua Chieti ed alla fine di quell'anno (1950) incominciarono i segni di quello squilibrio nervoso che lo portò alla follia e alla tragedia familiare. Il dramma lo sorprende proprio alla vigilia della sua assunzione come scultore nelle sale Vaticane, assunzione ottenuta per intercessione e su segnalazione dell'allora Onorevole Spataro, ammiratore del valore dell'artista. Dal 1951 al 1953 lo ritroviamo ad Aversa (CE) in una casa di cura; lì lavora instancabilmente e moltissime sono le sue opere in scultura ed in pittura. Ha una ricca e cara corrispondenza con la famiglia, con i suoi adorati figlioli e con la sua indimenticabile moglie Fiorina che continuava ad eternare ancora, in quel luogo di cura e di sofferenza spirituale. Ad Aversa realizza: "ritratto di Fiorina", una "Madonna", "studio femminile" insieme ad altri olii su tela, bozzetti, busti ed altre opere, il cui numero è sconosciuto. Nel 1954 gli viene concesso un periodo di libertà e soggiornò a Vico Equense (NA), ospite del parroco; ivi arricchisce della sua arte la Chiesa parrocchiale. Nel 1955 lo ritroviamo a Casapesenna (NA). Da questo paese così scriverà ad un suo caro zio: "caro zio Agostino. Eccoti la foto di una delle 80 opere da me eseguite, nella permanenza a Casapesenna. Quando potrò operare alla presenza dei miei amati zii, sarà per me la più grande benedizione di Dio e mio Padre e mia Madre, godranno in Cielo il profumo dei loro fecondi sacrifici. Tuo affezionatissimo nipote Donatino".

Il legame coni suoi parenti è stato sempre forte, soprattutto con gli zii: i fratelli del padre che frequentavano spesso la sua casa. Essi erano molto vicini al loro fratello maggiore Angelo Antonio, padre dell'artista, sia per affetto e sia perché questi purtroppo era rimasto cieco all'età di 33 anni per distacco di retina. Infatti questi fratelli parlavano spesso fra loro di ogni problema e si consigliavano su qualsiasi cosa, ma la decisione ultima e definitiva era sempre quella presa dal loro fratello maggiore Angelo Antonio che spiccava per arguzia, ingegno e capacità creative. Una menzione particolare merita il padre Angelo Antonio, cioè nostro nonno. I Celenzani stimavano molto il loro compaesano Angelo Antonio e tuttora conservano di lui un ricordo di profonda gratitudine per un "miracolo", da lui operato, di pura competenza tecnica, ma forse per noi credenti, anche guidato dall'Alto. Questo episodio che di seguito viene riportato ci è stato ripetutamente riferito dagli anziani del paese, con commozione, soprattutto perché opera di un cieco. Celenza negli anni tra il 1920 ed il 1930 su idea ed interessamento della famiglia Silla che realizzò una centrale elettrica alla valle del Trigno, sfruttando l'energia cinetica del fiume, era l'unico paese della vallata che godeva di energia elettrica. Per i Celenzani avere la luce nelle strade, nei viottoli ed in ogni angolo del paese era una ricchezza enorme. Un triste giorno, avvenne un guasto nella centrale e Celenza rimase priva, tutto d'un tratto, di questa enorme ricchezza e cadde all'improvviso di nuovo nel buio dei tempi antichi. Furono chiamati ingegneri del settore, anche tecnici specializzati da Milano che vennero ma non riuscirono a trovare il guasto in alcun modo. Il paese era scoraggiato e triste anche perchè era già tanto il tempo trascorso in una inutile speranza e attesa. Allora, nostro nonno Angelo Antonio chiamò i propri fratelli e disse loro di accompagnarlo a valle, al fiume, alla centrale elettrica. Ivi, ordinò ai fratelli di occuparsi ognuno ad un compito ben preciso, da lui impartito. Tastando e palpando minuziosamente con le dita ogni piccola parte meccanica ed elettrica della centrale, si rendeva conto del guasto e riordinava il tutto alla perfetta funzionalità. Emozionante ed indescrivibile fu nel paese la notizia che Angelo Antonio Franceschelli al fiume, era riuscito a riparare la centrale ed a ridonare al paese l'energia elettrica, la luce; quella luce che egli non poteva "con le sue pupille spente" nè vedere nè godere. Fu portato in trionfo per le strade del paese dai Celenzani esultanti di gioia e lui ne fu molto felice. Con la sua spiccata sensibilità quest'uomo cieco era in grado di vivere e proteggere se stesso e la famiglia, per mezzo delle sue privazioni e tramite l'aiuto della nobile famiglia Castelli di Carunchio (CH) che era venuta a conoscenza del giovinetto Giovanni, così ricco di talenti. Avvia agli studi universitari il figlio e quando questo toma a casa, dopo lunghe assenze di studio, lo abbraccia sempre con commozione e sta lì fermo per ore ad accarezzargli ripetutamente il viso, la fronte, gli occhi, le gote, le labbra: Lui "vede" così il respiro del figlio, il calore, ne ascolta il battito cardiaco, e "vedeva" così se il figlio è felice se è tranquillo, se è colpito da un dispiacere e legge in tal modo i suoi pensieri, i suoi desideri, le sue ansie. Questa riflessione, riferita in questo scritto, è stata fatta da nostra madre Fiorina: donna di estrema sensibilità che ha amato il proprio suocero sempre, con l'amore di una figlia vera, tanto da meritare le sue ultime parole "dette prima di morire" che così risuonarono: "figlia mia, grazie, cosa vuoi

darmi di più ancora?", risposta che fu da lui data a nostra madre che le chiedeva dolcemente: "Papà cosa posso offrirvi,cosa desiderate?". Nel 1955 l'Artista Franceschelli lo ritroviamo a Milano, a Parma, a Varese, a Torino ed ha relazioni e scambi di vedute con vari artisti tra i quali Manzù. Tiene una mostra personale in Svizzera, espone alla galleria di Milano, alla Treccani, alla Alemagna. Per nostro Padre, dotato certamente di sensibilità artistica fuori dal comune, l'arte è stata essenzialmente una grande emozione. Il testimoniare nella sua vita quotidiana, l'amore per l'arte e vivere l'arte, come amore. Non a caso, nostra madre, l'amata sua Fiorina, rivelava a noi figli come lei rappresentasse il secondo amore perché il primo amore per Giovarmi era sempre l'arte. Nel Franceschelli perciò sia scultore che pittore, emerge tutto il suo amore per ciò che vede e vuol ritrarre. Egli coglie i tratti caratteristici, essenziali, eterni, che soli, una volta tracciati conferiscono all'opera non solo quella imponente nobiltà e fermezza che costituiscono lo stile, ma anche riconducono a quella fedeltà al vero, strenuamente cercato ed infaticabilmente dimostrato dall'Artista. Basta guardare una per una le sue creazioni: sono tutte figure di una tal potenza rappresentativa e di una sobrietà e forza d'interpretazione, quali solo i più grandi fra i moderni e fra gli antichi hanno saputo raggiungere. In esse opere, l'individuo umano, ormai plasmato nella materia che va acquistando piano piano un sentimento immediato e totale da risultare, ad opera compiuta grazie al "genio artistico dello scultore", come animato e vibrante. Certamente all'artista non sfuggì di interpretare l'ideale di bellezza, e come paradigma del bello, viene preso spesso la Madonna che Egli ambienterà sempre nel clima della bellezza artistica per eccellenza. Così nascono le tante "sue" Madonne sia in pittura sia in scultura, che sono da lui rappresentate con volti meravigliosi, vive, belle, avvolte da veli al vento, con il Bambino Gesù tra le braccia. L'arte sua è il rappresentare una storia, episodi patetici, sorrisi d'incanto, personaggi in azione, una trama, una tematica da snodare, una espressione, una emozione, uno stato d'animo, un sentimento. Quindi, non trova riposo, sino a quando non riesce a trasferire perfettamente tali espressioni alle sue creature e ciò anche a costo di sofferenza interiore, di tormento, di vita febbrile, convulsa ed esasperata, pur di esprimere il suo naturale talento. L'opera viene trattata dall'artista a piccoli tocchi, a colpi rapidissimi di pollice, accarezzata dalle dita, o infranta nervosamente dalla stecca concitata; la creatura così si presta stupendamente al delirio istantaneo della mente e la luce coopera alla perfezione dell'effetto, posandosi sugli sbalzi della modellatura, strisciando sui piani, accendendo le prominenze. Nelle testine dei fanciulli dagli occhi penetranti, dalle gote paffute, dalle labbra carnose e morbide, dal nasino rotondo sono racchiuse, in germe, l'energia della futura vita. I suoi pastelli delicati, vellutati, accesi di luce e di colore, ci riempiono gli occhi di energie che "ascoltiamo" con timore e passione. Sono nati appunto così i pastelli, gli schizzi, gli studi a china, gli acquarelli che insieme alle foto di lavori eseguiti, agli articoli giornalistici e ad altri documenti allegati, rappresentano un viaggio lungo il paesaggio artistico dell'artista ed al suo percorso umano. Mirabile è questa collezione delle sue opere di cui oggi noi disponiamo che lascia al sogno, ai ricordi ed alla memoria tanto spazio, da poterci prendere. Il merito va a nostra madre che ha saputo gelosamente raccoglierla e custodirla per fornire a noi tutti gli avvenimenti della vita di nostro padre. I figli Antonio, Raffaello e Franco così raccontano, nell'anno del Signore 2015 del loro padre Giovanni, con affetto grande, insieme certamente alla loro cara mamma Fiorina che per l'Artista, suo sposo, fu l'amore unico e modella ispiratrice e impareggiabile. E' per la sua arte, questo, come l'ultimo canto del cigno. Infatti per lui inconsapevole si avvicina la sua fine. Pertanto la produzione che va dal 1955 al 1958, forse è la più fervente, la più provvida, la più concitata, e pur serena di respiro, da risultare il più autentico sugello di tutto il suo essere, la più autentica firma di se. Nel 1956-1958 di nuovo a Napoli. Nel Seminario Campano realizza in bronzo una "Madonna" alta circa 2 metri che è installata su un obelisco nell'atrio del Seminario Regionale a Posillipo- Napoli. Nel giugno del 1956, viene inaugurata, nella Chiesa della Incoronata, Madre del Buonconsiglio al Largo di Capodimonte, presente in rappresentanza del Presidente Nazionale, il Dott. Bulian," la Sacra Memoria Fiumana", altorilievo dedicato al miracoloso Crocifisso di Fiume ed ai Santi Patroni della città. Nell'agosto del 1958 ritorna nel suo paese natio, nel giorno della festa del patrono. Ivi rivede e abbraccia i suoi figlioli; ritorna subito di nuovo a Napoli per prendere le sue cose, perché ha deciso, ormai guarito e libero per sempre, di ritomare tra i suoi figli e presso la sua cara Fiorina ma un infarto, inesorabile, lo coglie il 3 settembre 1958 nella sua cameretta a Posillipo, nel Seminario Campano. Chieti, questa città depositaria dell'arte del Franceschelli e della maggiore sua produzione, custodita nelle sale del Palazzo Comunale, nelle sale della Provincia, in Sovrintendenza alle Antichità e Scavi, nella Pinacoteca Barbella, nel Palazzo Arcivescovile e nelle collezioni private, lo apprezzerà, lo stimerà e lo ricorderà per sempre, tanto da assegnare ad un vicolo della città di Chieti il suo nome: Giovanni Franceschelli-Scultore, quale riconoscimento in onore al valore della sua arte e di Lui. Comunque ci saranno anche delle note amare, ormai dimenticate, in questa città. L'Artista, in nome della fraterna amicizia che donava ai suoi compagni di arte, ad essi mostrava con fiducia, a suo tempo, degli schizzi che rivelavano nuove idee e progettazioni per future sue creazioni. Queste idee, dopo la sua morte, furono abilmente copiate da altri e riportate su lavori in ceramica in altri materiali. Accadde anche la manomissione di alcune sue opere o la distruzione di esse per effettuarne il calco in bronzo, sempre in sua assenza, perché ormai scomparso e senza autorizzazione alcuna dei familiari. Il tutto avveniva così rìferitoci da alcuni fedeli e veramente fraterni amici di nostro padre che ne soffrirono immensamente. Il suo richiamo era sempre l'arte e quindi lasciava spesso il posto di lavoro, impiegatizio, per dedicarsi interamente a nuove creazioni pittoriche e scultoree. Fu un moderatore di se stesso, ora costretto all'impiego per sopravvivere, ora come artista eccelso, egli si doveva abbandonare ai raptus, agli stati febbrili, alle esplosioni che per lui sono voli e respiri. Nobile di animo, dai modi eleganti, raffinati, di immediata amicizia con gli altri, espansivo, fiducioso, nostro padre Giovanni così va incontro alla vita dell'arte: sua unica aspirazione. Accontentandosi materialmente di poco, ed è quel poco che riesce ad offrire alla sua famiglia per andare avanti, riceve da essa però una ricchezza infinita d'amore, di privazioni. Tutta la famiglia ruota praticamente intorno a lui, affinché possa rispondere all'invito irresistibile della propria arte. La sua è una pittura invitante, limpida, cristallina con quel tocco gentile e piena di colori, con quel senso del classicismo che il pittore sa dare tanto ad uno scorcio di un paese d'Abruzzo, quanto ad uno scenario storico o ad un personaggio illustre. Nei suoi busti non si limita alla nuda, mera, rappresentazione statica più o meno fedele del personaggio raffigurato ma li illumina di forti espressioni proprie del personaggio vivente. Esplora, scruta, studia, capta dai volti umani i lineamenti, gli atteggiamenti, le manifestazioni dei loro stati d'animo, i sentimenti, e li trasferisce completamente sui volti delle sue creature in terracotta che diventano così vive.

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