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Mercoledì, 22 Maggio 2024
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Non c'è neve, in Abruzzo è aperto solo il 20% delle piste da sci (chiusa la Maielletta): l'allarme degli ambientalisti sul clima

Dalla Stazione ornitologica abruzzese e Forum H20 l'appello a "ripensare gli investimenti nel turismo montano abruzzese" considerata la crisi climatica

Un appello a "ripensare gli investimenti nel turismo montano abruzzese", alla luce del fatto che, in pieno inverno, gran parte delle piste da sci in Abruzzo sono chiuse per la carenza di neve. A lanciarlo sono la Stazione ornitologica abruzzese onlus e il Forum H20, che fanno il punto sulla situazione odierna degli impianti sciistici abruzzesi. E i numeri non sono rassicuranti sul fronte del clima. 

Secondo i dati forniti dai siti web delle rispettive stazioni, nella giornata di oggi, sono 23 su 112 le piste aperte nelle quattro principali stazioni sciistiche abruzzesi, pari al 20%. La Maielletta, com'è noto, è chiusa da qualche giorno. 

Nel dettaglio, a Roccaraso-Aremogna si può sciare in 12 piste su 49, 6 su 18 al Pizzalto, 3 su 24 a Campo Felice e 2 su 21 a Ovindoli.

"Moltissime delle piste chiuse - osservano Stazione ornitologica abruzzese onlus e il Forum H20 - sono pure dotate di cannoni per la neve artificiale che con ogni evidenza, anche per i costi esorbitanti di gestione per l'energia, non riescono a tenere il passo della crisi climatica. Una situazione che si ripete ormai da tempo, con innevamento sempre più scarso, tanto che già lo scorso anno sono stati previsti dal Governo 200 milioni di euro pubblici per i cosiddetti ristori agli operatori del settore".

"Davanti a questa situazione sconfortante - incalzano - in un paese normale si aprirebbe una serena e pacata riflessione sulla lungimiranza e sull'efficacia di interventi come quello sulle nuove piste di Ovindoli-Valle delle Lenzuola, dove oltre alla spesa di milioni di euro di fondi pubblici sono stati distrutti per sempre con le ruspe habitat d'alta quota preziosissimi, per giunta in un parco regionale.  D'Alfonso e Marsilio, il primo come finanziatore del progetto e il secondo come strenuo difensore dello stesso, hanno da dire qualcosa sulla bontà delle loro scelte?", si chiedono Stazione ornitologica abruzzese onlus e il Forum H20.

"In questi mesi - proseguono - oltre agli altri lotti milionari dell'intervento di Ovindoli previsti per il 2024 per un totale di spesa di 10 milioni di euro e allo stadio del fondo di Rocca di Mezzo per 1,2 milioni, si parla dei 22 milioni di euro per i nuovi impianti della Maielletta e di 12 milioni di euro per l'impianto alla Montagna dei Fiori. Altri 10 milioni di euro sono stati annunciati per Campo Imperatore. Tutti fondi pubblici, tutti interventi con impatto ambientale sostanziale sia al momento della costruzione sia per il grande dispendio di risorse ambientali sotto l'aspetto energetico e dei consumi di acqua al momento dell'utilizzo (quando possibile come abbiamo visto...). In alcuni casi è previsto addirittura l'utilizzo di acqua potabile dell'acquedotto per sparare con i cannoni. Non ce lo potevamo permettere, non ce lo potremo permettere. Noi stessi, pensando proprio alla disponibilità di acqua per i prossimi mesi, speriamo ovviamente in copiose seppur tardive precipitazioni nevose: l'ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione".

"Venti anni fa - ricordano - gli ambientalisti abruzzesi, dopo l'uscita delle prime ricerche sull'effetto dei cambiamenti climatici sullo sci, lanciarono l'allarme sull'effetto disastroso che avrebbero avuto sul circo bianco abruzzese, chiedendo di iniziare a dirottare progressivamente gli investimenti pubblici verso forme di turismo meno impattanti e meno soggette alla crisi climatica partendo dalle stazioni a quote più basse e con maggiori possibilità di riconversione. Gli investimenti sono fondamentali quando si parla di ripensare un sistema per adattarlo ai tempi mutati. Furono derisi. Oggi si raccolgono i cocci e bisogna dare i sussidi. Addirittura, con una crisi conclamata si pensa di insistere con decine di milioni di euro pubblici in un modello che tutti gli studi scientifici a ogni livello sostengono non possa reggere in molte aree alpine, figurarsi in Appennino".

Da queste considerazioni, parte "l'invito alla classe politica regionale e agli stessi imprenditori del settore di ripensare da subito l'uso di queste risorse pubbliche, accettando finalmente la sfida imposta dal riscaldamento globale, dando un contributo fattivo a quella strategia di adattamento che dovrebbe essere in cima ai pensieri di una comunità consapevole".

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