Troppi contagi da Covid-19 sul lavoro, la Cgil Chieti: "Tempi rapidi per i tamponi altrimenti non ne usciamo più"

"Nei casi che stiamo seguendo - denuncia il sindacato - i tempi di attesa a volte sono anche di 17 giorni ma le persone continuano ad andare al lavoro, mentre chi potrebbe essere già guarito deve aspettare di poter fare il secondo o terzo tampone"

Ritardi per avere l’esito dei tamponi effettuati e persone che nel frattempo devono continuare a lavorare rischiando di contagiare gli altri. La denuncia stavolta arriva dalla Cgil di Chieti che in questi giorni segnala un aumento significativo gli infortuni da Covid-19 sul lavoro.

“Ogni giorno sempre più lavoratori, soprattutto del comparto sanità, si rivolgono al Patronato Inca, chiedendo assistenza a causa del contagio da Covid-19 avvenuto durante lo svolgimento della loro attività lavorativa. In molti casi il contagio è causato dalle non adeguate misure di prevenzione e sicurezza” denunciano i sindacati Funzione Pubblica Cgil e Filcams Cgil che già dai primi giorni di marzo avevano segnalato la grave situazione all'interno degli ospedali della provincia di Chieti con riferimento alle condizioni di lavoro del personale sanitario dipendente della Asl e delle ditte dei servizi esternalizzati come gli operatori socio sanitari delle cooperative sociali, gli addetti alla vigilanza, il personale impiegato nei Cup, gli addetti alla mensa e gli addetti alle pulizie. 

“A questa situazione si aggiunge il fatto che il personale sanitario e dei servizi esternalizzati che è già stato sottoposto al tampone deve continuare a lavorare con l'elevato rischio di contagiare colleghi e pazienti ricoverati, rendendo di fatto gli ospedali dei luoghi pericolosi” dichiarano in una nota congiunta il segretario della Cgil Chieti Francesco Antonio Spina, il direttore del patronato Inca Cgil Chieti Giuseppe Visco, il segretario provinciale FP Cgil Chieti Sergio Zinni e la  segretaria provinciale Filcams Cgil Chieti Elena Zanola.

Nei casi che la Cgil sta seguendo, come riferisce, i tempi di attesa vanno da due, tre giorni fino anche a 17 giorni. Troppi prima di sapere se si è stati contagiati o meno e nel frattempo dover continuare a lavorare. “Non è accettabile – incalza la Cgil - continuare a lavorare in attesa di sapere se si è contagiati o meno in ambienti di lavoro in cui la gente si reca per essere curata e non certo per aggravare la propria salute! Inoltre, se un lavoratore del comparto sanitario o dei servizi essenziali convive con un familiare positivo, non gli viene effettuato alcun tampone e deve continuare a recarsi al lavoro a meno che non presenti i sintomi della malattia”. 

Un’altra problematica evidenziata dagli assistiti dal patronato Inca riguarda la lentezza con la quale vengono effettuati il secondo e terzo tampone previsti per verificare la guarigione completa dalla malattia nei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria presso il proprio domicilio a seguito di contagio.

“Viviamo questo paradosso: molto probabilmente chi è stato contagiato è obbligato a lavorare rischiando di contagiare altri lavoratori e pazienti ricoverati presso gli ospedali, e chi invece molto probabilmente è guarito e potrebbe tornare a lavorare, non può farlo perché si tardano ad effettuare i tamponi di verifica” spiegano dal sindacato.

Non sa di essere positiva e continua a lavorare

Alla luce dell'alto numero di casi (personale sanitario e non, strutturato, delle cooperative e interinali che prestano la loro opera all'interno di PO, PTA e RSA) che dai dati a disposizione della Cgil di Chieti risulta contagiato e dei lunghi tempi con i quali il risultato dei tamponi viene comunicato alle persone controllate, le organizzazioni sindacali  chiedono alla Asl che vengano trasmessi i bollettini dei contagi del personale, aggregati alla data corrente e con frequenza giornaliera. 

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“Bisogna garantire tempi rapidi per gli esiti dei tamponi effettuati al personale sanitario altrimenti non si uscirà più dalla spirale dei contagi! La tutela della salute dei lavoratori del comparto sanitario e dei servizi ritenuti essenziali – concludono -  deve essere una priorità per tutti, altrimenti da questa emergenza non ne usciremo più”.
 

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