Il ritorno di Essie B. Hollis, la leggenda del santo tiratore

Intervista ad una leggenda del basket teatino che in questi giorni si trova a Chieti. Grande accoglienza da parte dei tanti appassionati di pallacanestro

Essie B. Hollis è un nome oggi sconosciuto ai più giovani, se non fosse per Damien, suo figlio, giocatore di valore della Centrale del Latte di Brescia. Un nome, però, che evoca il ricordo del più straordinario campione che abbia mai indossato i colori della Pallacanestro Chieti. Sono trascorsi trentasei anni, il tempo si è mescolato, fondendo in una forma liquida tutto un passato fatto di ricordi, di cambiamenti e di oblii. Il sentimento però si rinfocola davanti alla leggenda e per magia tutto torna a rivivere con gli stessi colori di allora.

Per te la stagione 78/79 fu brillantissima, cosa ricordi ?

“Ricordo giocatori fantastici, che favorivano il mio stile di gioco e che mi offrivano sempre tiri aperti. Una pacchia! Fuori dal campo poi eravamo una famiglia, stavamo sempre insieme, ci divertivamo, come dite voi, facevamo casino ”.

Chi ricordi con maggior simpatia ?

“Tutti compagni fantastici ma voglio ricordarne due in particolare, che non ci sono più e che stanno giocando in qualche playground del Paradiso: Bill Collins e Bongo Borlenghi. Bill mi ha aiutato tantissimo nel mio ambientamento, lui era al secondo anno in Europa mentre io ero un novizio. Mi ha aiutato a capire il gioco, come comportarmi dentro e fuori dal campo, come alimentarmi, come comprendere usi e costumi lontanissimi dai modelli americani. Era un tipo estroverso e senza timidezze, un fratello più grande da seguire e imitare. Bongo era completamente matto, un ragazzo buonissimo capace di fare cose folli e divertentissime. Suonava magnificamente il sax ma la sua specialità era quella di sollevare con il solo uso delle braccia le automobili. Quante scommesse, quante risate! Due ragazzi splendidi, due amici che porto sempre nel mio cuore”.

E di Nino Marzoli che ricordi hai, memorabili le sue sfuriate quando eccedevi nel voler interpretare la parte del solista.

“Grande coach, molto energico, molto bravo e competente. A volte era un po’ nervoso, completamente diverso da suo fratello Enzo, che era calmissimo. Quando se la prendeva con me. io non rispondevo, sapevo che passata la tempesta il mare poi tornava calmo. Ero un mangiapalloni? Hmmm …. quando segnavo non si lamentava ed era contento”.

Cosa ricordi di Chieti ?

“Beatiful! La città dei tetti, bellissima, elegante, molto ospitale, solo un po’ fredda, climaticamente, per le mie abitudini. D’inverno a Colle dell’Ara si gelava, non c’era il riscaldamento ed allora andavo ad allenarmi indossando i jeans sotto la tuta. Il fondo del campo era in linoleum, durissimo e molto scivoloso. Difficile abituarsi ma un vantaggio rispetto agli avversari che venivano a giocare e che faticavano a stare in equilibrio. Grande tifo sugli spalti, ogni partita era una battaglia ma eravamo sostenuti da un pubblico generosissimo. Che tempi! A Chieti wonderful food, si mangiava da dio, tutto buonissimo da Bellavista, ricordo con tanta simpatia Filippo, Amedeo e Sergio che non mi negavano mai una seconda porzione. Poi ricordo tanti amici, anche fra i dirigenti, tutti molto gentili e disponibili”.

Poi lasci Chieti e vai in Spagna.

“Si, due anni al Granollers, città a pochi minuti di macchina da Barcellona. Due anni magnifici, vivevo praticamente a Barcellona, città bellissima, con tante discoteche, bellissimi locali e molti americani”.

Poi torni in Italia a Mestre.

“Un altro anno molto gratificante, vivere a Venezia era per me un sogno che si realizzava, una città di grandissimo fascino per noi americani. Una città  unica, dove non si può guidare e dove ti puoi spostare solo con le barche. Ero molto amico di Brian Jackson, che avevo conosciuto a Barcellona e che giocava per la Reyer, avevamo la passione comune per la pesca e andavamo in barca a cercare seppie dalle quali toglievamo il nero per condire ottimi spaghetti al nero di seppie”.

Poi ancora in Spagna al Baskonia, dove chiudi la carriera.

“La squadra più competitiva in cui ho giocato, molto forte e combattiva. Tantissimi tifosi, palazzetto enorme e campionati sempre di vertice. Josean Querejeta, attuale presidente del club, giocava con me da playmaker”.

Torni in America e che fai ?

“Torno a studiare, mi laureo e inizio la mia nuova carriera d’insegnante di scuola elementare. Una nuova avventura, non meno difficile ed esaltante di quella da giocatore. Continuo ancora ad insegnare: scienze motorie e spagnolo. Mi diverto ancora moltissimo a farlo e sono felice del mio lavoro e della mia famiglia”.

Segui ancora la pallacanestro ? Potresti fare dei raffronti tra il tuo basket e quello di adesso ?

La pallacanestro è la mia vita, seguo la carriera di Damien, cercando, con discrezione, di dargli qualche buon consiglio e mi piace ancora giocare e seguire il basket dal vivo e in tv. Un raffronto ? Mi sembra che ai miei tempi si vivesse più uniti, avevamo un forte senso di squadra, si stava insieme molto tempo, ci si frequentava anche dopo gli allenamenti. Oggi tutti quanti vivono più dando valore ai propri risultati individuali piuttosto che a quelli di squadra. Mi sembra che oggi, al passo con i tempi, si viva più in una dimensione individualistica. Sul piano del gioco è aumentata la fisicità e la velocità a discapito della fantasia e del talento. Il senso della spettacolarità è diverso, il basket resta però sempre un gioco fantastico. Faccio il tifo per la mia vecchia università, il San Bonaventura, con il quale ho vinto nel 1977 il campionato NIT, giocando da pivot. Mi piace anche la NBA, mi esaltano soprattutto le grandi sfide, mi piace lo spettacolo, ma non impazzisco per nessuna franchigia. Diciamo che simpatizzo un po’ per Miami”.

Capitolo Damien, tuo figlio è un ottimo giocatore. Secondo te ha ancora margine di crescita ?

“Credo di si. Rispetto a me è molto più forte nello stare dentro la partita. È quello che oggi si definisce un giocatore di sistema. Ha un ottimo tiro ma non è un pistolero, come lo ero io, il suo allenatore vuole che giochi per la squadra e non eccede nelle soluzioni individuali. Oggi vale di più segnare 15/20 punti a gara, offrendo un contributo essenziale al gioco, che realizzare 30/40 punti, come ai miei tempi, ma essere un oggetto estraneo al sistema globale di gioco. Damien è più forte di testa, rispetto a me, può ancora imparare molto e crescere”.

Noi ci auguriamo che un giorno possa magari giocare a Chieti ed emulare la leggenda del padre.

“Piacerebbe anche a me, il destino è strano, oggi la sua carriera è Brescia, domani chissà”.

La nostra intervista è finita, ancora qualcosa da dire ?

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“Voglio solo ringraziare tutti gli amici che mi hanno accolto come se il tempo non fosse mai trascorso. Voglio inoltre salutare tutti i tifosi vecchi e nuovi della Pallacanestro Chieti e augurare al Presidente Di Cosmo di poter tenere sempre alto il blasone del club dove mi onoro di aver giocato. Grazie Chieti, spero di poter tornare presto”.
 

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