Lunedì, 18 Ottobre 2021
Cronaca

L’uomo di Neanderthal poteva parlare: uno studio lo conferma

Le analisi di un osso ioide fossilizzato corroborano l'ipotesi che l'Uomo di Neanderthal comunicasse con l'uso del linguaggio complesso. Lo studio pubblicato su Plos One, fra gli autori c'è il il paleontologo D'Anastasio dell'Università di Chieti

L’uomo di Neanderthal poteva parlare? Secondo uno studio condotto dal Centro di ricerca Elettra Sincrotrone Trieste sull’osso ioide di un Uomo di Neanderthal rinvenuto nel 1989 pare di sì.

Lo studio, frutto di una collaborazione internazionale fra italiani, australiani e canadesi, è stato pubblicato sulla rivista americana Plos One e illustra i risultati di un confronto fra le proprietà biomeccaniche di quest’osso posto alla base della lingua, e quelle di analoghi reperti di Homo sapiens. Fra gli autori c’è il il paleontologo Ruggero D’Anastasio dell’Università di Chieti, e il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Trieste.

Dalla ricerca è emerso che dal punto di vista della morfologia esterna, lo ioide dell'Homo Neanderthalensis e quello dell'uomo moderno non presentano sostanziali differenze, mentre hanno una forma diversa da quella di altri primati come lo scimpanzé.

“Questa osservazione – spiega D’Anastasio – pur essendo compatibile con la tesi dell’esistenza del linguaggio in questa specie di Homo vissuta fra duecentomila e quarantamila anni fa, non è in alcun modo sufficiente. Per poter dire qualcosa sulla funzione dello ioide, era infatti decisivo analizzare la sua microstruttura interna, che si rimodella in risposta alle tensioni meccaniche a cui l’osso è sottoposto”.
Il reperto del Kebara, e altri campioni prelevati dall'Homo sapiens, sono stati analizzati con una risoluzione non raggiungibile con la Tac convenzionale ed i risultati hanno confermato che la microstruttura interna dello ioide dell'Uomo di Kebara è simile a quella degli uomini moderni.  “I nostri risultati – aggiunge D’Anastasio - confermano infatti, per i reperti di osso ioide delle due specie, lo stesso tipo di utilizzo e funzionamento. Che questo corrisponda anche alla stessa funzione, quella cioè della fonazione, sembra davvero la conclusione più ragionevole”.
 

“Forse i Neanderthal potevano anche ballare e cantare al suono della musica – aggiunge Claudio Tuniz – come suggeriscono i nostri studi recenti sul flauto ricavato dal femore di un orso, trovato in Slovenia in un sito che era frequentato dall'uomo di Neanderthal 60 millenni fa”. Il lavoro, oltre a fornire un importante contributo allo studio dell’origine del linguaggio articolato, propone un nuovo approccio metodologico multidisciplinare, che potrà essere applicato anche ad altri reperti umani fossili ed archeologici.
 

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