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Francesco Marfisi e Letizia Primiterra (Foto da Facebook)

Francesco Marfisi e Letizia Primiterra (Foto da Facebook)

L'omicida di Ortona aveva un precedente per violenza sessuale e la moglie aveva chiesto aiuto contro i maltrattamenti

Domani l'interrogatorio di Marfisi, che avrebbe raccontato di aver ucciso la moglie e l'amica perché sospettava una relazione sentimentale fra le due, circostanza falsa

Sarà interrogato domani mattina (sabato 15 aprile) Francesco Marfisi, l'uomo di 60 anni di Ortona che ieri pomeriggio ha ucciso la moglie Letizia Primiterra e l'amica di quest'ultima, Laura Pezzella. A qualche ora dal duplice accoltellamento mortale, portato nella caserma dei carabinieri di Ortona, aveva ammesso le sue responsabilità. Martedì (18 aprile) dovrebbe essere eseguita l'autopsia sulle due vittime dall'anatomopatologo Pietro Falco. 

Secondo indiscrezioni, Marfisi, lasciato dalla moglie, sospettava che tra le due donne ci fosse una relazione sentimentale, circostanza peraltro del tutto falsa. In realtà, Letizia Primiterra si era allontanata dal marito esasperata da una violenza che continuava da tempo. Tanto che, secondo quanto emerso, già in passato si era rivolta a uno dei centri antiviolenza presenti nella sua città. 

Intanto, scavando nel passato di Marfisi, emerge un precedente, che risale al 1985, quando venne accusato di violenza sessuale nei confronti di una donna. Dopo quell'episodio si era costruito una famiglia, aveva avuto tre figli con Letizia Primiterra, pur continuando ad avere qualche problema con la giustizia, da reati contro il patrimonio a piccole rapine. Fino a quando la moglie, esasperata, non è più riuscita a stargli accanto. Ha chiesto aiuto, si è trasferita a casa di un'amica, in via Zara, in attesa di trovare una sistemazione propria, lì dove ieri è stata accoltellata a morte, mentre la figlia maggiore, incinta di 5 mesi, cercava di bloccare la mano assassina del padre. 

Sul duplice femminicidio che ha sconvolto Ortona alla vigilia delle festività pasquali, è intervenuta Francesca Di Muzio, presidente di "Donn.è", associazione ortonese che da anni si batte contro la violenza di genere e che gestisce anche un centro specifico all'interno dell'ospedale Bernabeo. 

L'avvocato Di Muzio ha raccontato all'Ansa: "C'erano dei segnali gravi. La signora si era rivolta a un servizio sul territorio per segnalare di essere vittima di maltrattamenti. Ora ci sentiamo di esprimere un grande sgomento e dobbiamo capire dove non è stata compresa". E ancora: "Non l'abbiamo presa in carico direttamente noi, quindi conosco la vicenda per quanto mi è stato riferito, ma esiste una rete fra le associazioni ed evidentemente in questo caso qualcosa non ha funzionato, specialmente a livello di valutazione del rischio. Dobbiamo ripensare il modo di lavorare, di fare formazione dei nostri operatori. Gli strumenti per prevenire ci sono, ma dobbiamo evidentemente pensare a un'attenzione maggiore. I casi di violenza non sono semplici. E comunque non esiste il raptus; quello di oggi è l'epilogo tragico di uno schema che si ripete in molti casi di femminicidio".

Ieri, l'associazione ha convocato un direttivo straordinario. Nei prossimi giorni si riunirà un tavolo con tutti gli attori istituzionali, protagonisti dela rete antiviolenza. "Dobbiamo ripartire alla tragedia di oggi - prosegue Di Muzio - per continuare a lavorare sulla prevenzione della violenza di genere e non sottovalutare le richieste di aiuto". 

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