Mercoledì, 20 Ottobre 2021
Cronaca Lanciano

Federica Angeli racconta la sua lotta ai clan di Ostia: "Non sempre vincono loro"

La cronista del quotidiano La Repubblica, sotto scorta dal 2013 per le sue inchieste sulla mafia nel litorale romano, ha incontrato studenti e giornalisti a Lanciano

Se Hannah Arendt teorizzò “La banalità del male”, quando si parla di Federica Angeli, cronista romana sotto scorta da quasi sette anni per le sue inchieste sulla mafia nella Capitale, si potrebbe quasi ipotizzare una “banalità del bene”.

Non per sminuire il suo lavoro, quello di una giornalista con la schiena dritta, quanto, piuttosto, per dimostrare che gli eroi, quelli veri, quelli che tentano di fare la loro parte per cambiare il Paese, sono persone comuni. Non hanno superpoteri, o risorse ultraterrene, ma usano le carte a loro disposizione per tentare di affermare la legalità.

E questo, oggi, a Lanciano, Federica Angeli ha raccontato a una platea di studenti del De Titta-Fermi e a una cinquantina di giornalisti, che nella sala più grande del cinema Ciakcity di via Belisario, l’hanno ascoltata per quasi due ore parlare di sé e del suo lavoro.

Federica Angeli ha le doti oratorie di una cronista di nera e giudiziaria abituata a osservare, comprendere, approfondire e raccontare. Per esperienza e talento naturale, ogni sua frase sembra quasi una fotografia e si riesce a rivivere a pieno, con lei, ciò che racconta. Nella sua esperienza ultraventennale (ha collaborato con il quotidiano La Repubblica dal 1998, per essere assunta qualche anno dopo) ha osservato e raccontato ogni genere di misfatto.

Finché, nel 2013, la sua attenzione si è concentrata su Ostia, il municipio romano in cui è nata è cresciuta. Si è accorta che i criminali del quartiere erano diventati qualcosa di più, aumentando il loro potere fino a creare una sorta di feudo intoccabile, in alcuni casi con la complicità di chi avrebbe dovuto tamponare quella illegalità.

Al tempo, a Ostia convivevano tre clan. C’erano i Fasciani, arrivati dalla provincia dell’Aquila sul finire degli anni Settanta, impegnati nello spaccio di cocaina e “ripuliti” tramite la gestione di stabilimenti balneari, ristoranti e panetterie; c’erano i Triassi, di origine agrigentina, che gestivano il traffico di armi e le sale scommesse; e, infine, gli Spada, di etnia rom, che si occupavano dello spaccio di hashish e marijuana, con una buona fonte di entrate derivanti dal pizzo versato dai negozianti della zona.

“Da piccole cose - racconta Federica Angeli - mi sono accorta che questi clan erano più organizzati: dal rispetto eccessivo che il direttore di banca aveva per uno i questi personaggi, dal fatto che bevevano il caffè nei bar senza pagare, dai discorsi ascoltati al mare dal mio vicino di cabina, Carmine Spada”.

Così, Federica Angeli, giornalista d’inchiesta di razza, che ha una lunga esperienza di infiltrazioni e indagini sul campo, decide di approfondire. Quel che vede nelle strade che percorre sin da bambina non le quadra e si rende conto che, fino ad allora, non c’è mai stata una sentenza passata in giudicato che certificasse l’esistenza di organizzazioni di stampo mafioso a Roma. “Eppure - racconta - vedevo che stavano diventando padroni del territorio. Così, codice penale alla mano, ho cercato tutti i corollari previsti per dimostrare che si trattasse di associazione a stampo mafioso”.

Li ha trovati, con pazienza, uno per uno, rischiando grosso quando i destinatari delle sue attenzioni si sono accorti che sapeva e chiedeva troppo. Con il vantaggio di conoscere perfettamente il quartiere, le dinamiche e i personaggi, ma lo svantaggio di essere a sua volta conosciuta, mettendo a rischio anche i suoi tre figli piccoli. “Ma lavorare sul campo - spiega - serve anche a non abituarsi a ciò che può sembrare normalità, ma normalità non è: quando ci abituiamo a cose anormali che diventano normali, abbiamo smesso di diventare cittadini e giornalisti”.

E Federica Angeli ha proseguito a fare il suo dovere di giornalista, raccontandolo senza retorica, senza ricerca di gloria o compassione. Ma semplicemente per quello che ritiene essere il suo dovere di cronista: raccontare ciò che il lettore, da solo, non potrebbe sapere. “Più andavo avanti - ricorda - più trovavo situazioni che mi dimostravano il condizionamento anche a livello politico e amministrativo. Finché, dalla teoria, sono passata alla pratica: nel 2013 ho iniziato a registrare con una telecamera, qualificandomi come cronista”.

Ci sono voluti mesi, giorni di duro lavoro, incontri ravvicinati con il boss e minacce fisiche degli esponenti del clan Spada, a lei e a due collaboratori precari del quotidiano La Repubblica, quelli da 3 euro a pezzo, sottopagati ma con la passione profonda per il mestiere.

“Avevo paura”, ammette raccontando l’episodio, ma non si ferma, perché vuole che tutti sappiano e che la legalità venga ripristinata.

Finché, nel luglio 2013, accade ciò che ancora oggi condiziona la sua vita. “Ero a letto, quando ho sentito una ragazza gridare, poi due colpi di pistola. Mi sono affacciata, ho notato scappare da una parte Carmine Spada, dall’altra il nipote Ottavio, zoppicante. Poi, ho visto una C2 nera scappare, che sapevo essere di un esponente dei Triassi”.

Si è scoperto poi che gli Spada avevano teso un agguato ai Triassi, accoltellando gravemente due di loro, ma questi avevano risposto, colpendo al polpaccio uno dei contendenti. Tutti si erano fatti medicare in ospedale, raccontando di essere in altri posti e di essersi feriti in modi fantasiosi.

Come lei, in tanti si sono affacciati, ma hanno ascoltato gli ordini del boss, che ha intimato di rientrare. Alla finestra, è rimasta sola. Non ci ha pensato un attimo: si è vestita per scendere in strada, nonostante il marito le chiedesse di ragionare, per il bene dei suoi tre figli.

“Ma proprio per i nostri figli - dice - sono andata a testimoniare ciò che ho visto. La vita a un certo punto ci mette di fronte a delle scelte ed è in quel momento che dobbiamo scegliere da che parte stare: stare nel mezzo è una vita senza senso. Stare nella legalità è un percorso difficilissimo, ma dà tante soddisfazioni alla propria coscienza”.

Quel coraggio le ha condizionato la vita. Dopo sei ore, la prefettura l’ha chiamata, per comunicarle che le era stata assegnata una scorta “Mentre ci andavo - ricorda - è stata l’ultima volta che ho viaggiato in auto con mio marito. Da sei anni non viaggiamo più in macchina insieme, non posso più guidare”. Mentre i carabinieri diventati poi i suoi angeli custodi la accompagnano a casa per la prima volta, Federica Angeli, la cronista senza paura, piange.

“Capisco che mi sono infilata in qualcosa più grande di me - spiega - solo per aver fatto quello che ritenevo giusto. La soddisfazione professionale, in quel momento, è passata in secondo piano: ero colpita come donna, madre e moglie”.

È la persona Federica Angeli più che la giornalista sotto scorta a raccontare le difficoltà di una vita blindata, sempre con due carabinieri accanto, ma senza lasciare spazio a rimorsi o autocommiserazione. Nonostante i periodi duri, le minacce continue a lei e ai suoi familiari, i primi processi affrontati completamente sola, il peso di dover spiegare a tre figli piccoli come mai la vita familiare fosse cambiata. Lo ha fatto con un’intuizione geniale da mamma, quella di raccontare che il suo giornale le aveva concesso due autisti perché aveva scritto un articolo molto bello (questa vicenda è raccontata nel suo ultimo libro, presentato anche a Lanciano, “Il gioco di Lollo”, Baldini e Castoldi).

Ma, nonostante le difficoltà inimmaginabili per chi gode a pieno della sua libertà, Federica Angeli rifarebbe tutto ciò che ha fatto. “La grande soddisfazione - ricorda - è arrivata il 25 gennaio 2018, quando gli elicotteri hanno iniziato a sorvolare Ostia: era l’inizio di un’operazione che ha portato all’arresto di 32 componenti del clan Spada per associazione a delinquere di stampo mafioso. Non vincono sempre loro, non contro di noi”.

Ma le sentenze della mafia, come ha ricordato il presidente dell’ordine dei giornalisti d’Abruzzo, Stefano Pallotta, non si esauriscono mai. Eppure, ciascuno per la sua parte, tutti hanno il dovere di fare qualcosa per lasciare spazio alla legalità dove regnano gli illeciti e l’omertà. Per Federica Angeli, la sua famiglia, il suo infaticabile marito, per i 20 giornalisti italiani attualmente sotto scorta e per tutti coloro costretti a convivere con l’arroganza di atteggiamenti mafiosi.

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