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In Pronto soccorso una stanza e un percorso dedicati per le donne vittime di violenza

Il direttore Emmanuele Tafuri ha presentato l'iniziativa e il team guidato da Aurelia Masciantonio, presenti l'assessore Verì e il dg Schael: "Ogni mese arrivano circa 10 donne picchiate o vessate"

Una stanza, un percorso e un team dedicati per accogliere, visitare e supportare le vittime di violenza di genere. Il Pronto soccorso dell’ospedale di Chieti si tinge nuovamente di rosa e attiva un protocollo per offrire un’assistenza specifica alle donne violentate o picchiate, che hanno necessità di assistenza sanitaria per traumi, lesioni o semplicemente perché alla ricerca di qualcuno che si prenda cura di loro.

L’iniziativa è stata presentata questa mattina dal direttore Emmanuele Tafuri, alla presenza dell’assessore regionale alla salute Nicoletta Verì, del direttore generale della Asl Thomas Schael e del team che seguirà le donne vittime di violenza di genere costrette a recarsi in ospedale.

Che non sono poche, secondo i dati che proprio in questa circostanza sono stati resi noti. “Da noi arrivano ogni mese circa 10 donne - ha rivelato Tafuri - che riferiscono di essere vittime di violenza psicologica, privazione economica, violenza sessuale, oltre che subire situazioni di inadempienza della responsabilità genitoriale. Le valutazioni dei singoli casi effettuate dal nostro team, utilizzando anche una serie di indicatori proposti dal ministero della Salute, confermano la reale sussistenza della violenza nelle sue diverse manifestazioni nel 70 % dei casi che approdano da noi. La violenza sessuale, invece, viene riferita da 1-2 donne ogni mese, pertanto mediamente ogni anno i casi accertati sono circa 15, mentre sono 90 le donne vittime di violenza di genere effettiva, a fronte delle circa 130 che riferiscono di averla subita”.

Numeri significativi, che mettono in luce l’utilità del percorso strutturato al Pronto soccorso di Chieti dove ora, avendo a disposizione uno spazio dedicato, si pensa a un momento di condivisione e confronto con le associazioni presenti sul territorio, al fine di operare in sinergia a tutela delle donne e dei loro figli. Un aspetto, quest’ultimo, caldeggiato anche dall’assessore Verì, che ha invitato il team a lavorare in rete con istituzioni, forze dell’ordine e associazioni, “perché solo insieme si può dare una risposta compiuta e adeguata al singolo caso di violenza”.

Riservatezza e protezione: queste le parole d’ordine per il gruppo di medici e infermieri adeguatamente formati a riconoscere e trattare casi di violenza anche in situazioni non dichiarate ma segnalate da specifici indicatori, quali accesso reiterato in Pronto soccorso o incongruenza tra lesioni e dichiarazioni.

La donna che riferisce di aver subito violenza agli operatori del triage viene accompagnata nella stanza dedicata e presa in carico con codice colore prioritario, al fine di limitare il tempo di attesa e la possibilità di un ripensamento; il medico, poi, provvede ad acquisire le informazioni di salute, e successivamente all’esame obiettivo, ispezionando le lesioni riscontrate e valutando lo stato psicologico. Vengono, inoltre, eseguiti prelievi ematici e tamponi cutanei per la ricerca di tracce del Dna dell’autore della violenza. Il percorso si conclude con la redazione del referto e, a seconda del livello di rischio della situazione, con la segnalazione ai Servizi sociali territoriali o alla Procura presso il tribunale ordinario o quello dei minori.

La vittima di violenza non viene comunque lasciata sola, può restare in osservazione breve per 72 ore, fintanto che non sia definito tutto il percorso e messa in sicurezza. specie nel caso in cui la violenza si sia consumata in ambiente domestico.

Tafuri ha indicato Aurelia Masciantonio quale responsabile del team, costituito da altri due medici, Valeria Moretta ed Elio Lapenna, e due infermieri, Caterina D’Alessandro e Stefania Peca.

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