Coronavirus: se gli allevamenti concorrono alla diffusione del Covid-19, la ricerca Unsic

L’Unsic ha prodotto una propria ricerca che mette in relazione il numero di casi di Covid-19 nelle singole regioni con la presenza di allevamenti di suini e bovini

Sin dall’inizio della diffusione del Coronavirus in Italia tante sono state le ipotesi studiate e prese in considerazione dagli esperti. In queste ultime settimane è crescente ’attenzione degli studiosi sui rapporti che intercorrono tra virus e animali, sia sul fronte dell’origine delle patologie sia sulla loro diffusione.

Se sulla possibilità che l’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi, favorisca la trasmissione del Covid-19 siamo nel campo delle ipotesi, è invece ampiamente accertata l’origine zoologica di tanti virus: non solo da animali selvatici, ma anche di allevamento.

Sotto accusa, in particolare, le modalità di produzione alimentare, dagli allevamenti intensivi agli “sconfinamenti” in zone un tempo riservate agli animali selvatici. Inoltre, specie in Asia, molti di questi animali sono diventati commestibili, inseriti pienamente in logiche di mercato.

Se è accertato scientificamente (i lavori di Marius Gilbert dell’Université Libre de Bruxelles) il nesso tra la comparsa di alcuni virus, come quello dell’influenza aviaria, e l’allevamento intensivo del pollame, e alcuni libri - come “Big farms make big flu del 2016 di Rob Wallace - ben documentano i danni causati da pratiche scellerate, sempre più studi si spingono oltre ipotizzando un ruolo degli allevamenti anche nella diffusione dei virus.

La ricerca più recente è stata prodotta in Italia dalla Società italiana di medicina ambientale e ipotizza che il Pm10 alimentato dagli allevamenti intensivi abbia aiutato la diffusione del coronavirus in Pianura Padana. Occorre tenere presente che quasi il 90% dei suini italiani fa parte di allevamenti con oltre 500 capi (dati associazione “Terra!”).

L’Unsic, associazione datoriale che riunisce 40mila aziende agricole orientate a canoni di sostenibilità ecologica, ha prodotto una propria ricerca che mette in relazione il numero di casi di Covid-19 nelle singole regioni con la presenza di allevamenti di suini e bovini.

Ovviamente non abbiamo pretese scientifiche, ma crediamo sia utile rilevare come le prime quattro regioni per numero di casi di coronavirus (Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto) abbiano le stesse posizioni nella classifica per densità di suini per chilometro quadrato” – spiega Domenico Mamone, presidente dell’Unsic.

Incidenza alta anche in Friuli-Venezia Giulia e Marche, altre due regioni particolarmente colpite.

Lo scopo primario della nostra indagine è semplice: richiamare il settore agroindustriale all’adozione di standard meno impattanti per l’ambiente. Temi come l’inquinamento delle falde acquifere e dell’atmosfera, l’iperconsumo di acqua, il disboscamento, la produzione di antibiotico-resistenza vanno messi in cima alle agende della politica. In fondo, insieme all’emergenza sanitaria ed economica di cui si parla molto, il nostro futuro è sempre più subordinato anche alla salute del pianeta” – conclude Mamone.

In effetti, rielaborando per densità regionale i dati Istat sugli allevamenti e incrociandoli con quelli della Protezione civile sui casi di Covid-19, emerge nettamente il peso della presenza di bovini e suini nelle regioni più contagiate dal virus, così come analoghe, anche in percentuale, si presentano le distanze tra Nord e Sud sia nei contagi sia negli allevamenti.

Emblematico il caso della Lombardia, con circa quattro milioni di suini. I maggiori allevamenti sono nelle province di Brescia e Mantova (con oltre un milione ciascuna), Cremona (circa 800mila), Lodi e Bergamo (intorno a 300mila), particolarmente flagellate dall’epidemia, mentre le altre province – meno colpite - hanno numeri marginali.

L'Abruzzo, undicesimo per tasso di diffusione del Covid rispetto al numero di residenti, è nono per numero di suini a metro quadrato e sedicesimo per bovini. Insomma, è a metà classifica tra le regioni italiane per contagi e per incidenza degli allevamenti. 

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