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Venerdì, 20 Maggio 2022
Economia

Transizione ecologica, a rischio gli investimenti: Chieti tra le più colpite

Si tratta in particolare di aziende con filiere a elevate emissioni come siderurgia, agricoltura e industria estrattiva

Sono 35mila le società italiane che potrebbero non reggere l’urto degli investimenti necessari a riconvertire i processi di produzione e uniformarsi agli obiettivi europei di emissioni zero al 2050. La transizione è però, al contempo, anche una grande opportunità, con un potenziale di investimento di 20,6 miliardi di euro per la trasformazione sostenibile dell’industria del nostro Paese.

A dirlo è l’indagine “Il rischio di transizione nel sistema produttivo italiano” condotta da Cerved su 683.000 società di capitali, che coprono circa l’80% del fatturato totale delle aziende e 10 milioni di addetti complessivi.

Le province più colpite
Le province che nei prossimi anni potrebbero subire i maggiori costi della riconversione produttiva, perché specializzate in attività con elevate emissioni, sono quasi tutte al Sud: Potenza, dove si concentra l’industria dell’automotive, e Taranto, su cui pesa la lavorazione dell’acciaio (in entrambe, quasi il 30% degli addetti opera in settori critici), seguite da Chieti, Campobasso, Avellino, Frosinone, Livorno, Terni e Aosta, dove la percentuale di lavoratori impiegati in imprese a rischio transizione alto o molto alto vanno dal 27,7% al 19,3%. Siracusa è penalizzata del peso occupazionale dell’industria petrolchimica (21,3%), mentre Ragusa (22%) e Grosseto (21,1%) figurano ai primi posti nel comparto agricolo e dell’allevamento.

Molte di queste province potrebbero non disporre di margini di indebitamento adeguati per investire nella riconversione ecologica degli impianti produttivi. I casi più emblematici sono quelli di Potenza, Taranto, Chieti e Campobasso: le prime due hanno mantenuto stabile il potenziale di investimento dopo la pandemia, mentre le ultime hanno visto un’ulteriore restrizione delle risorse. Tra i territori più esposti ve ne sono però alcuni che dispongono di una capacità di investimento superiore alla media nazionale, come Ragusa e Crotone.

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I processi di riconversione richiederanno infatti ingenti investimenti per circa 57mila società (l’8,4% del campione) che danno lavoro a 1,3 milioni di addetti e in cui si concentrano 285 miliardi di euro di debiti finanziari, poco meno del 31% di tutto il sistema delle imprese. Di queste, 35.000 (il 5% del campione), stando agli score di rischio creditizio e ai bilanci, non avrebbero i fondamentali necessari per sostenere gli investimenti senza compromettere il proprio equilibrio finanziario.
“La transizione verso un modello più sostenibile - commenta Andrea Mignanelli, amministratore delegato di Cerved - è una straordinaria opportunità per promuovere un salto tecnologico all’interno del nostro sistema produttivo, ma implica dei rischi che dobbiamo conoscere e misurare, per guidare il cambiamento. Sappiamo che per molte imprese questo passaggio sarà difficile, ma abbiamo anche stimato un potenziale di investimenti pari a 20,6 miliardi di euro da parte di 22mila società con fondamentali sani, in settori che richiederanno trasformazioni profonde”.

 

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