L’emergenza Coronavirus fa scoprire agli italiani lo Smart Working

Lavorare da casa è possibile e in questo periodo di emergenza Coronavirus gli italiani stanno scoprendo lo Smart Working

Lavorare da casa è possibile e in questo periodo di emergenza Coronavirus gli italiani stanno scoprendo lo Smart Working.

Praticato da tanti, ma non certamente dalla stragrande maggioranza della popolazione occupata, lo Smart Working rappresenta una valida e decisamente più soddisfacente alternativa al classico lavoro d’ufficio.

Regolamentato dalla Legge n.81 del 22 maggio 2017, che ne definisce i diritti dello smart worker, il controllo da parte del datore di lavoro e prevede inoltre strumenti tecnologici e modalità per lavorare da remoto, lo Smart Working è sempre più in voga ma non si tratta di una moda.

Numerosi studi e ricerche hanno dimostrato che gli smart worker rendono di più, quindi permettono al datore di lavoro di ridurre le spese d’azienda e aumentare il proprio profitto. Tuttavia, ai benefici si contrappongono comunque degli svantaggi.

Secondo l’Osservatorio sullo Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2019 gli smart worker sono stati circa 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, con un grado di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si è detto soddisfatto della sua professione; uno su tre pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e in valori, obiettivi e priorità.

Secondo le organizzazioni, l’adozione dello Smart Working comporta il miglioramento dell’equilibrio fra vita professionale e privata (46%) e la crescita della motivazione e del coinvolgimento dei dipendenti (35%). Ma la gestione degli smart worker presenta secondo i manager anche alcune criticità, in particolare le difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei responsabili), nell’utilizzare le tecnologie (32%) e nel pianificare le attività (26%), anche se il 46% dei manager dichiara di non aver riscontrato alcuna criticità. Se si interrogano gli smart worker, invece, la prima difficoltà che emerge è la percezione di isolamento (35%), poi le distrazioni esterne (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%).

Di seguito le parole di Fiorella Crespi, Direttore dell’Osservatorio Smart Working:

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Per praticare davvero lo Smart Working occorre superare l’idea che sia solo lavoro da remoto, ma interpretarlo come un percorso di trasformazione dell’organizzazione e della modalità di vivere il lavoro da parte delle persone. Sono ancora poche le organizzazioni che lo interpretano come una progettualità completa, che passa anche dal ripensamento degli spazi e da un nuovo modo di lavorare basato sulla fiducia e la collaborazione. Agire sulla flessibilità, responsabilizzazione e autonomia delle persone significa trasformare i lavoratori da ‘dipendenti’ orientati e valutati in base al tempo di lavoro svolto, a ‘professionisti responsabili’ focalizzati e valutati in base ai risultati ottenuti. Fare Smart Working a un livello più profondo significa fare un ulteriore passo oltre, lavorando sull’attitudine e i comportamenti delle persone promuovendo un pieno engagement per far sì che i lavoratori diventino veri e propri ‘imprenditori’ con un’attitudine all’innovazione e alla creatività.

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