Sixty, il sit-in dei lavoratori in centro: l’Abruzzo continua a perdere le sue aziende

Protesta dei lavoratori dell'azienda tessile a rischio, di fronte alla Provincia, nonostante fosse stato rimandato l'incontro con Di Giuseppantonio. La Cgil protesta: potrebbero diventare 300 i dipendenti in cassa integrazione

Alcuni lavoratori davanti al Palazzo della Provincia

In presidio permanente davanti alla sede dell’azienda da una settimana, stamani (21 novembre) i lavoratori della Sixty si sono spostati di fronte alla Provincia, in centro città. Infatti, dopo aver delocalizzato la produzione, l’azienda ha dato il via alla dismissione di interi reparti. Il risultato è la cassa integrazione per 100 dipendenti e un piano industriale che prevede di arrivare fino a 300 mobilità su 450 lavoratori.

La manifestazione era stata organizzata in coincidenza della riunione convocata dal presidente della Provincia, Enrico Di Giuseppantonio, per discutere del futuro dell’azienda di abbigliamento. La Femca Cisl, però, ha chiesto di rinviare il vertice a una data successiva al 29 novembre, quando i rappresentanti della Sixty incontreranno i sindacati.

La Filctem Cgil non ha disdetto il sit in, per non far calare l’attenzione sull’emergenza lavoro. “Chiediamo che vengano ripristinate tutte le attività”, dice il segretario provinciale del sindacato, Giuseppe Rucci. “L’azienda”, spiega, “mortifica le professionalità, usa lavoratori diversi per mansioni che spettavano a chi è in cassa integrazione. Dicono che non ci sono fondi, ma chiamano stagisti, collaboratori, consulenti esterni”. Al momento i cassintegrati sono un centinaio: hanno paura di esporsi in prima persona, ma accettano di raccontare la propria esperienza a garanzia dell’anonimato.

Tra le più battagliere c’è una dipendente dell’ufficio modelli, che con un po’ di amarezza dice che nel suo reparto c’erano 34 persone, ma ne sono rimaste solo 13. “Il mio stipendio è dimezzato”, racconta, “prendo meno di 500 euro al mese. Mio marito lavora nell’azienda, ma fra pochi mesi la mobilità finisce, dopo c’è un grande buco nero”. Le fa eco una collega, che come tante ha un marito rimasto senza lavoro, un mutuo da saldare e figli piccoli a carico: “Io prendo 500 euro al mese, come faccio ad andare avanti?”, si sfoga.

E le altre, armate di bandiere, si uniscono al coro: “In Abruzzo non c’è rimasta nessuna azienda solida, nel settore tessile, poi, la Sixty era l’unica a garantire qualità e sicurezza. Non sono stati chiari, perché non hanno tenuto conto delle situazioni personali di ciascuno prima di decidere per la cassa integrazione?”.

Fra chi combatte con ogni energia per salvare il proprio posto di lavoro, c’è anche chi partecipa alla protesta con un po’ di rassegnazione. Rita, che fino a giugno si occupava di creare i prototipi degli abiti, racconta di dover rinunciare a tantissime cose, nonostante viva da sola e non abbia figli a carico. “Ma tanto”, alza le spalle, “so che non rientreremo: man mano non resterà più nessuno di noi”.

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