Economia

"Si lavora per vivere, non per morire": il Primo maggio a Chieti ricorda le vittime degli infortuni sul lavoro

L'iniziativa di Cgil, Cisl e Uil, con l'adesione di Anpi, Articolo Uno, Chieti per Chieti, Pd, Giovani Democratici e Sinistra Italia

"Si lavora per vivere, non per morire". È l'appello lanciato dalle segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil in occasione della festa dei lavoratori. Quello di quest'anno è il secondo Primo maggio consecutivo in cui, a causa della pandemia, non si svolgeranno le tradizionali manifestazioni pubbliche. 

Per questo le sigle sindacali, con l'adesione di Anpi, Articolo Uno, Chieti per Chieti, Pd, Giovani Democratici e Sinistra Italia, hanno deciso di ricordare la festa internazionale del lavoro con una serie di manifesti che ricordano la piaga delle vittime sul lavoro. Morti, infortuni, malattie professionali che spesso determinato gravi invalidità sono una realtà ancora troppo frequente. 

Solo nel 2020, come sottolineano Cgil, Cisl e Uil, secondo i dati di Istat e Inail i morti sul lavoro sono stati 1.270, una media di tre al giorno. 

Gli infortuni denunciati circa 600 mila, "dato sicuramente per difetto - dicono i sindacati - perché molti infortuni, a volte anche di una certa gravità, non vengono denunciati specie in quelle attività, come l’edilizia e l’agricoltura, la ristorazione, dove viene vergognosamente praticato, da parte di piccoli, medi e grandi 'imprenditori', il lavoro nero e grigio, soprattutto, ma non solo, nei confronti dei lavoratori immigrati che, non conoscendo le leggi sul lavoro pur esistenti e la lingua italiana, sono costretti ad orari massacranti di duro e pesante lavoro, causa di tanti infortuni e morti che, non a caso, spesso si verificano al termine di giornate di lavoro che vanno molto oltre le otto ore contrattuali. Molti di questi lavoratori, vergognosamente sfruttati - attaccano - spesso sono vittime di 'caporali' loro connazionali senza tanti scrupoli, soprattutto nelle campagne".

"Questa intollerabile situazione continua - aggiungono - anche perché, con la pesante crisi economica derivante dalla pandemia, sono più facili le intimidazioni, i ricatti, le umiliazioni. L’Inail, tra l’altro, ogni anno spende moltissimi soldi per indennizzare chi si infortuna e le famiglie dei lavoratori che perdono la loro vita. Soldi che potrebbero essere risparmiati e diversamente investiti per tutelare meglio i lavoratori, se ci fosse maggiore rispetto delle norme che tutelano la salute nei posti di lavoro".

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