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“Mirò ci darà il colpo di grazia": Confcommercio chiede lo 'stato di calamità commerciale'

La presidente provinciale Marisa Tiberio scrive al presidente della Regione D'Alfonso dopo l'avvio dei lavori propedeutici

Dopo l’avvio dei lavori propedeutici alla realizzazione di Mirò, Confcommercio Chieti chiede alla Regione il riconoscimento della “calamità commerciale”. Una vera e propria provocazione al governo regionale concretizzatasi con una lettera a firma della presidente provinciale Marisa Tiberio la quale chiede un incontro immediato con il presidente D’Alfonso a favore della città di Chieti e della sua provincia, martoriata dal proliferare della grande distribuzione.

“Il progetto denominato Megalò 2 è ormai realtà - spiega Marisa Tiberio - dal momento che sono partiti i lavori di messa in sicurezza dell’alveo del fiume Pescara su cui insisterà questa ennesima mega struttura commerciale. Il Comune, normative alla mano, può davvero poco ed è arrivato il momento che la Regione scopra le carte e ci dica chiaramente di che morte dobbiamo morire noi commercianti. Si parla spesso, anche se a ragione, delle problematiche ambientali legate alla nascita di nuovi centri commerciali, ma si continua incredibilmente ad ignorare gli effetti negativi sul tessuto economico e sociale determinati sul territorio in cui si costruiscono queste strutture”.

A CHIETI GRANDE DISTRIBUZIONE QUASI COME MILANO - Il grido di dolore dei piccoli commercianti è avvalorato da dati resi noti nei mesi scorsi dall’Ufficio Studi di Confcommercio e riportati in un’interrogazione parlamentare a firma dell’onorevole Fabrizio Di Stefano. “Il rapporto tra superficie adibita alle vendite e numero di abitanti, nel quinquennio 2010/2014, è aumentato da 33 metri quadrati ogni 100 abitanti, registrato nel 2010, a 49,5 nel 2014. Tale incremento risulta decisamente superiore rispetto alla media nazionale, passata da 35,3 a 37,2, ed appare in controtendenza rispetto a quello registrato in una città come Milano (da 43,6 a 43,1)”.

“L’anomalia dell’incremento – dice ancora Tiberio - è inoltre confermata dall’analisi dei dati relativi alla superficie complessiva della grande distribuzione che a Chieti è aumentata di 65.856 metri quadrati, dato in valore assoluto assai vicino a quello registrato a Milano (72.490 metri quadrati), nonostante l’evidente differenza territoriale e demografica dei due centri”. Nel quinquennio 2010/2014, inoltre, su 41 nuovi punti vendita della grande distribuzione in Abruzzo, ben 29 strutture di questo tipo (circa 3 quarti) sono state aperte nella sola provincia di Chieti, dove a seguito di un deciso aumento della concentrazione della grande distribuzione è possibile riscontrare un evidente calo degli esercizi commerciali tradizionali. 

Secondo i numeri forniti dal rapporto della Camera di commercio, aggiornati al 30 settembre 2016, nel terzo trimestre dell’anno si sono perse, in provincia di Chieti, 238 imprese specializzate nella vendita al dettaglio ed all’ingrosso per una percentuale negativa del 2,5% che sale addirittura al -2,6% per la sola Chieti città. 

LA MORTE DEL PICCOLO COMMERCIO - Da qui l’allarme rosso lanciato da Confcommercio. “Mirò ci darà il colpo di grazia. Il fenomeno di desertificazione commerciale dei centri storici sta determinando la morte di interi pezzi di territorio, con effetti negativi sul piano della coesione e sociale, della legalità e della sicurezza. Laddove c’è una attività commerciale, turistica o di servizi, si creano, infatti, le condizioni di vitalità e qualità dei territori, si realizzano più facilmente opportunità di sviluppo per i rapporti sociali e culturali, si limita il degrado stimolando al tempo stesso la riqualificazione urbana, lo sviluppo, la legalità. In nome della tutela della concorrenza si è, invece, finito con il favorire ed accrescere - lamenta Tiberio - la competitività e l’aggressività di alcune imprese a danno di altre, normalmente quelle di più radicata presenza nei mercati locali, le uniche in grado di garantire che il reddito prodotto sia reinvestito nei territori di appartenenza”.
Per Confcommercio dunque, la tutela del commercio tradizionale di prossimità non deve essere intesa come un ostacolo alla concorrenza, ma come “una garanzia storica dei territori, considerato che le attività tradizionali contribuiscono in maniera fondamentale- a formare quella fitta trama di relazioni sociali che animano la vita delle città, dei paesi e dei borghi storici che caratterizzano l’Italia”. 

“Chiediamo per questo alla Regione un incontro immediato per capire il da farsi – chiude Tiberio - Il nostro territorio è vittima di un’evidente “calamità commerciale” senza precedenti che sta colpendo, da anni, il piccolo commercio giunto allo sfinimento. Vogliamo aiuti concreti perché, purtroppo, anche abbassare le saracinesche costa tanto”.     

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