Economia

Legambiente: seri dubbi sull’impianto a biomasse liquide della Istonia Energy di Vasto

Esaminata la “relazione di raffronto” sul progetto di centrale a biomasse liquide da oli vegetali da realizzare nella zona industriale di Punta Penna, Legambiente nutre seri interrogativi sulla sostenibilità ambientale dell’impianto. Il Comunicato

Nota- Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ChietiToday

La Istonia Energy, titolare dal 2007 di una autorizzazione regionale per la costruzione e l’esercizio di un impianto di potenza pari a 4 MWe (megawatt elettrici), ha richiesto per “modifiche impiantistiche tecnologicamente più avanzate” la sostituzione dell’originale unico motore (4 MWe) della centrale con 4 motori da 900 kWe (kilowatt elettrici) e una unità OCR (Organico Ciclo Rankine, produzione di energia elettrica da recupero di calore) da 400 kWe funzionanti per 8.000 ore/anno. Questa scelta solleva alcune perplessità. Cosa ha spinto la Istonia Energy a suddividere in 4 il vecchio progetto? Forse gli incentivi più alti previsti dalla tariffa onnicompresiva per la produzione di energia da impianti di taglia inferiore ad 1 MW?

«Sulla base della configurazione dell’impianto, per alimentare la centrale sarebbe necessario un quantitativo annuo di olio vegetale pari a circa 9.000 tonnellate – dichiara Giuseppe Di Marco, coordinatore Legambiente dell’area vastese – ottenibili, in media, da campi coltivati con colture oleaginose di superficie pressappoco pari a 10.000 ettari. Dove sarebbero questi terreni? Quali accordi quadro o intese di filiera sono stati siglati per alimentare questi quattro nuovi impianti, così come stabilito dalla normativa?».

Riguardo alla cogenerazione infine, la documentazione reca un possibile sottoutilizzo di energia termica per teleriscaldamento ma senza specificare impegni e destinazioni concreti. «L’impianto sembrerebbe pertanto, destinato a bruciare olio vegetale di importazione – sostiene Giuseppe Di Marco – probabilmente via mare, vista la vicinanza del porto. Così risulterebbe però essere, sia nella versione “intera” autorizzata che in quella nuova “frazionata”, insostenibile sotto tutti i punti di vista! La Istonia Energy ad oggi non ha fornito informazioni a riguardo».
 
Per Legambiente i criteri fondamentali da adottare per valutare la sostenibilità di un impianto a biomasse sono:

-  la filiera corta, per evitare l’utilizzo di biomasse di provenienza estera e, comunque, esterna all’area territoriale di ubicazione degli impianti, senza garanzie di tracciabilità e di uso corretto del suolo;

-  la piccola dimensione degli impianti, che deve essere tarata sulla disponibilità di biomassa locale, tenendo conto anche di altri impianti presenti o previsti nell’area interessata;

-  gli standard di rendimento, in modo da favorire la cogenerazione, ossia la produzione sia di energia elettrica sia di calore, contribuendo a soddisfare i fabbisogni locali anche con calore da utilizzare per utenze industriali, attività o reti di teleriscaldamento degli edifici.

Una direttiva di questo tipo consente la costruzione di una filiera corta delle biomasse che valorizza i territori e consente di dare certezze agli imprenditori seri e ai progetti che rispondono a obiettivi di efficienza e integrazione, fermando gli interventi speculativi.

«Sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, le filiere locali per produrre e utilizzare energia direttamente in loco utilizzano impianti di piccole dimensioni perché sono gli unici in grado di esaltare le ricadute economiche e ambientali delle agroenergie – conclude Angelo Di Matteo, presidente di Legambiente Abruzzo – Se l’approccio alle agroenergie è invece di tipo prettamente mercantile, prevale il criterio di produrre la massima quantità al minor prezzo, col conseguente ricorso a materie prime importate, senza alcuna ricaduta positiva per il sistema agricolo nazionale».

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