Il grido d'allarme dei ristoratori dei piccoli centri: “Così ci annientano, devono permetterci di lavorare”

Per il Consorzio Qualità Abruzzo, che conta più di 70 associati in tutta la regione tra ristoratori, pasticcieri e produttori, il nuovo Dpcm spazza via anche l’ultima speranza nei piccoli centri

“Perché questo accanimento con i ristoranti dei piccoli centri? Perché chiudere nelle festività che per noi rappresentano i giorni di maggior lavoro, tutti i comuni senza tener conto del numero degli abitanti?”. Se lo chiedono i ristoratori abruzzesi del consorzio Qualità Abruzzo, che conta più di 70 associati tra ristoratori, pasticcieri e produttori. Forte è il malcontento per le drastiche decisioni prese dal governo che infliggono all’intero settore della ristorazione l’ ennesimo duro colpo.

Il nuovo Dpcm firmato dal presidente Conte stabilisce che i ristoranti potranno restare aperti sempre fino alle ore 18 in zona gialla (ricordiamo che l’Abruzzo è ancora zona rossa) ma dal momento che viene imposto il divieto di uscire dal proprio comune di residenza nei giorni di Natale, Santo Stefano e Capodanno a farne le spese saranno proprio gli esecizi dei piccoli Comuni, di cui l’Abruzzo è pieno. Molti di questi locali, nel fine settimana vengono raggiunti da appassionati e affezionati disposti a macinare chilometri pur di gustare i propri piatti preferiti e bere un vino d’annata.

Per questo il consorzio ha deciso di rompere il silenzio: per il presidente di Qualità Abruzzo Sandro Ferretti è necessario dimostrare che “la nostra non è una categoria minore, anzi, siamo il motore della nostra nazione, ricca di tesori naturali, artistici, storici ed enogastronomici. Senza il turismo, tenendo l’interno comparto enogastronomico così fermo, stiamo colando a picco tutti e non possiamo permettercelo. Rivolgeremo subito il nostro appello alla Regione Abruzzo e poi a Conte, chiederemo la revisione dei codici Ateco se necessario perché non abbiamo più la possibilità di non lavorare. Durante il primo lockdown – spiega ancora -  chi ha potuto ha anticipato con i propri fondi la cassa integrazione ai dipendenti, ma adesso non ce la facciamo più”. 

Il rischio è che attività storiche, aziende, ristoranti stellati e piccole trattorie che con anni di profondo sacrificio hanno fatto dell’Italia il paese più bello al mondo chiudano definitivamente.
 

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