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Inizia la cassa integrazione, sciopero di 8 ore alla Thales

Adesione totale alla protesta contro una decisione presa dall'azienda senza alcun accordo sindacale. "Ci saranno ulteriori azioni", annunciano i sindacati. Mentre tutti i lavoratori temono che questo sia il primo passo per la chiusura della sede di Chieti

Doveva essere uno sciopero di sole 4 ore, per ribadire la contrarietà alla cassa integrazione di 13 settimane, partita da oggi senza un accordo sindacale. Ma la protesta, alla Thales di Chieti, sta andando avanti ad oltranza dalle 8 di questa mattina (lunedì 7 settembre) davanti ai cancelli di via Enrico Mattei. Nessuna azione eclatante, solo bandiere sul cancello e braccia incrociate, che ogni tanto raccolgono la solidarietà degli automobilisti di passaggio che salutano i lavoratori con il clacson. 

Perché qui, da oggi, è partito un incubo diventato realtà nel giro di pochi mesi, dalle prime voci, tuttora smentite dai vertici italiani della multinazionale francese, di una chiusura del sito di Chieti. 56 persone, su 99, sono in cassa integrazione, con percentuali variabili dal 10 all’80 per cento, il che si traduce nel lavorare un solo giorno a settimana, il lunedì, per le prossime 13 settimane, fino al 5 dicembre. Però, ha specificato l’azienda nelle lettere consegnate dal capo del personale fra giovedì e venerdì della scorsa settimana, nel caso in cui servisse forza lavoro, i dipendenti saranno immediatamente contattati e dovranno rendersi reperibili e disponibili. In più, bisogna smaltire le ferie di cui non si è usufruito, dunque alcuni passeranno le 13 settimane senza, di fatto, passare nemmeno un giorno in cassa integrazione. Ma dopo la fatidica data di dicembre, non si sa bene quale sarà il futuro della Thales teatina. 

“La protesta non finisce qua - assicura Mario Pierdomenico, rsu Fiom Cgil - faremo altre iniziative e abbiamo già chiesto un tavolo di crisi al ministero dello Sviluppo Economico”. Quel che proprio non quadra a maestranze e sindacati, oltre alla scelta unilaterale dell’azienda di optare per la cassa integrazione, che non sarebbe risolutiva nonostante un calo delle commesse di Thales, è il calcolo delle percentuali, “fatto in maniera fredda e discriminatoria”, lamentano moltissimi. 

Fra i 56 cassintegrati, ce ne sono 17 al 10 per cento, che quindi non lavoreranno solo mezza giornata al mese, 10 al 20 per cento, 4 al 30 per cento, 7 al 40 per cento, 6 al 50 per cento, 6 al 60 per cento e 6 all’80 per cento. A questi ultimi spetta solo un giorno di lavoro a settimana, il lunedì, senza alcuna possibilità di portare avanti progetti, programmi, compiti di una certa rilevanza. 

Eppure, in un’azienda dove i carichi di lavoro sono sempre stati trasversali, e dove solo da un paio di mesi c’è una rigida divisione in settori, la critica comune è che quei carichi di lavoro, calcolati per poi elaborare le percentuali di cassa integrazione, non siano stati ben conteggiati. “Al punto che - spiega uno dei manifestanti - soltanto pochi giorni fa si sono accorti che una persona che lavora in laboratorio, di fatto, non avrebbe potuto garantire continuità al suo lavoro, che è indispensabile, a causa della cassa integrazione”. “L’impostazione è chiaramente errata - si sfogano i lavoratori - non si può lasciare a un computer il compito di decidere le percentuali di cassa integrazione”. Con buona pace di genitori separati, famiglie monoreddito, lavoratori in Thales da quasi 40 anni, con problemi di salute certificati ed evidenti. 

Il timore più grande, diventato ormai certezza fra i lavoratori della Thales, è che questo sia solo il primo segnale di un percorso che porterà alla chiusura della sede di Chieti, per poter poi vendere l’edificio per fare cassa. Le certezze, al momento, sono ben poche, ma è chiaro che la battaglia, alla Thales, è appena cominciata e sarà lunghissima e dura.

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