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"Riconosceteci come lavoratori", lo sciopero alla rovescia dei ricercatori precari

Un centinaio di magliette rosse e arancioni ha manifestato questa mattina nel piazzale di Lettere per rivendicare i propri diritti

Protesta di un centinaio di ricercatori precari dell’università d’Annunzio, questa mattina (giovedì 10 marzo) per rivendicare il loro diritto ad essere riconosciuti come lavoratori, con doveri da portare avanti, ma anche, appunto, sacrosanti diritti. 

Indossando le t-shirt rosse e arancioni (riservate ai pochissimi ricercatori strutturati) con disegnati due ricercatori a braccia conserte, i giovani, di età media di poco superiore ai 30 anni, si sono lasciati fotografare per qualche minuto, per poi tornare al lavoro nel pieno spirito dello sciopero alla rovescia già indetto da altri coordinamenti nazionali. 

“Vogliamo rivendicare la nostra esistenza - spiegano - vogliamo che si parli di noi: non siamo più studenti in formazione, ma lavoriamo, produciamo, eppure in Italia siamo considerati poco e niente”. Ma da cosa nasce l’ondata delle magliette rosse e arancioni arrivata anche alla d’Annunzio per la prima volta in Abruzzo?

“L’ultima finanziaria - spiegano i ricercatori - non concede l’indennità di disoccupazione ad assegnasti, ricercatori precari, borsisti, come invece ha concesso a co.co.co. e co.co.pro. Eppure, fra una borsa e l’altra lavoriamo anche 6 mesi senza alcuna retribuzione. Siamo praticamente una figura che non esiste - si sfogano - eppure se incrociassimo le braccia si fermerebbero le università”. Non ci sarebbero più, infatti, tesi sperimentali, alcune lezioni, tirocini.

Ma qual è la vita di un ricercatore della d’Annunzio e di tutti gli atenei italiani? Una volta terminato il ciclo di studi tradizionale, con una laurea specialistica o magistrale, affronta un concorso per accedere ad un dottorato di ricerca triennale. Dopodiché, una volta dottorato e terminato dunque il percorso di formazione, si prepara per un ulteriore concorso che gli permetta di accedere ad una borsa o ad un assegno di ricerca. Se riesce ad ottenerlo, avvia un progetto di ricerca, con una retribuzione di un anno o due, a seconda della tipologia di borsa.

La ricerca, però, non ha orari, né ferie, né festività: “Gli animali o le cellule - spiegano all’unisono i ricercatori - non aspettano”. Una volta terminato il periodo di validità della borsa, per poter continuare a lavorare devono affrontare un nuovo concorso, che viene bandito almeno 6 mesi dopo. “Ma per portare avanti la ricerca e non restare esclusi dal giro - spiegano - bisogna continuare a lavorare nella struttura in cui si è stati fino ad allora”. Di fatto, lavorando gratis. Ma dopo 6 anni, non c’è più alcuna possibilità di rinnovo. “O si va all’estero, o si cambia lavoro. Ma trasferirsi non può essere una imposizione”. Eppure, stando ai dati, l’esito non sembra improbabile: nel 2014 c’erano 14mila ricercatori precari in Italia; nell’arco di 4 anni, solo l’8 per cento troverà posto negli atenei.

E dire che tutti i membri del coordinamento ricercatori non strutturati della d’Annunzio sono conosciutissimi all’estero per pubblicazioni e indici di ricerca, regalando così punteggi positivi anche all’ateneo. Indici che incidono notevolmente sulla distribuzione dei fondi ministeriali, aumentati alle università più virtuose: per larga parte, anche per merito dei ricercatori che si sentono invisibili. 

“Vogliamo che si sappia che in Italia si fa ricerca di qualità e che vogliamo avere la dignità degli altri lavoratori. C’è gente che ha lavorato gratis per anni in mezzo a noi, ma arriva un punto in cui non si può più fare affidamento sui genitori”.

La protesta, durata pochi minuti, è continuata lavorando: “Torniamo a fare ricerca, con le maglie addosso, per rivendicare la nostra esistenza”, dicono dopo la loro prima apparizione assoluta. Promettono che ci saranno altre iniziative, allargate a tutti i colleghi che non sono ancora riusciti a raggiungere. Nei giorni scorsi hanno scritto anche una lettera al rettore Carmine Di Ilio e, oltre alla solidarietà dei docenti con cui lavorano, ne hanno incassata anche da studenti e dottorandi di ricerca.

 

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