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Operazione Panta Rei: "Tonnellate di rifiuti velenosi sversati nel fiume dal 2009"

1.090 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalla Toscana, contenenti elevate concentrazioni di arsenico, sono stati accettati in impianto in assenza delle necessarie analisi che ne attestassero la composizione, così come sono stati conferiti percolati di discariche con alti valori di ammoniaca

Sono drammatici i particolari emersi dalla conferenza stampa di questa mattina sull'operazione Panta Rei, che ha portato all'arresto di quattro persone. Lo sversamento di liquami nel fiume Pescara da parte del Consorzio di bonifica Centro di Chieti è "una delle risposte, ahimè tristemente banali, sui motivi dell'inquinamento del mare abruzzese e del mancato rispetto dell'ambiente che ci circonda". Parole del sostituto procuratore antimafia dell'Aquila David Mancini, pronunciate nella conferenza stampa per illustrare i dettagli dell'inchiesta Panta rei della Direzione Distrettuale, svolta dai comandi provinciali della Forestale di Chieti e Pescara.

Inchiesta nata, ha ricordato Antonietta Picardi, uno dei sostituti procuratori della Dda, a seguito di "esposti anonimi per gli odori nauseabondi che arrivavano da quell'impianto". Dal 2015, gli agenti del Corpo forestale sono stati impegnati in attività d’intercettazione telefonica e ambientale, riuscendo a “cristallizzare una serie di condotte illecite nelle modalità di gestione e funzionamento dell’impianto di depurazione del capoluogo teatino. Alcune perquisizioni effettuate nel dicembre 2015 presso l’impianto e gli uffici del Consorzio hanno fornito la conferma dei primi indizi e consentito di quantificare con certezza la dimensione di alcuni degli illeciti investigati: è stato ad esempio accertato che ben 1.090 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalla Toscana, contenenti elevate concentrazioni di arsenico, sono stati accettati in impianto in assenza delle necessarie analisi che ne attestassero la composizione, così come sono stati conferiti percolati di discariche con alti valori di ammoniaca (5 volte il limite dello scarico autorizzato) fornendo sistematicamente all’Arta dati palesemente manipolati. In ulteriori casi si è accertato che gli indagati si siano resi responsabili del mancato o non corretto trattamento di acque reflue, falsificando documenti ed analisi o avvalendosi di un laboratorio compiacente per l’alterazione dei risultati analitici. Le indagini hanno rivelato anche la gestione illecita di un ingente quantitativo di fanghi di depurazione che venivano illegalmente miscelati falsificandone, anche in questo caso, la relativa documentazione, per lo smaltimento dei quali il Consorzio di Bonifica ha percepito indebite sovvenzioni economiche da parte del Comune di Chieti per 300.000 euro”. 

Le indagini hanno appurato che nel fiume Pescara il Consorzio scaricava consapevolmente arsenico - impiegato nelle procedure di depurazione dei fanghi - in quantità superiore 12 volte ai limiti imposti dall'Autorizzazione integrata ambientale (Aia). "Di fronte all'arsenico messo nel fiume bisognava intervenire per la tutela dell'incolumità pubblica e dell'ambiente" ha aggiunto il sostituto procuratore della direzione nazionale antimafia (Dna), Antonio Laudati, secondo il quale "questo è un tipo di reati per cui c'è bisogno di una particolare sensibilità delle strutture pubbliche: sono reati vaghi, senza facce di vittime, ma che colpiscono un numero indeterminato di persone. E così ci ritroviamo mare inquinato, persone avvelenate, pesci ammazzati e ambiente distrutto”.

Le indagini hanno permesso di accertare problematiche strutturali e di manutenzione degli impianti, rilevate anche dall’Arta, come falle nelle vasche di trattamento attraverso le quali sono confluiti nel sottosuolo reflui e fanghi inquinati. Inoltre sembrerebbe che il Consorzio pubblico abbia affidato appalti a privati per servizi di trasporto e smaltimento dei fanghi senza le dovute procedure di evidenza pubblica, avvalendosi della società Depuracque, gestore autorizzato di un confinante impianto di trattamento di rifiuti pericolosi che scarica nell’impianto del Consorzio. Nel corso del tempo c’è stato un continuo sversamento di reflui non trattati nel fiume Pescara che, insieme alla gestione irregolare degli ingenti carichi di percolato da discariche, hanno prodotto, secondo quanto emerso nel corso dell’indagine, l’aggravarsi dell’inquinamento della falda sottostante e dello stesso fiume.

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