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Ima sospesa, alla D'Annunzio scoppia la protesta

Comparsi due striscioni all'ingresso del campus per spiegare lo stato di agitazione, attuato dai 330 dipendenti tecnico-amministrativi dopo il blocco del salario accessorio. Per il ministero dell'Economia, infatti, non c'è il fondo obbligatorio per poterlo versare

Gli striscioni che danno ufficialità alla protesta sono comparsi questa mattina (giovedì 4 settembre), nel giorno dei test d’ingresso per il corso di laurea in Ctf (Chimica e tecnologia farmaceutica), all’ingresso del campus della D’Annunzio. Sono 330 i dipendenti tecnico-amministrativi dell’ateneo, in stato di agitazione da settimane, che gridano in stampatello, con la vernice rossa: “I contratti si rispettano”.

Lo avevano promesso da tempo e alla fine, 24 ore dopo lo striscione comparso nella sede pescarese di viale Pindaro, hanno diffuso le ragioni della protesta anche a Chieti. Dal 1° agosto, infatti, il direttore generale Filippo Del Vecchio ha stabilito la sospensione dell’Ima, l’indennità mensile accessoria, ovvero 300 euro in media che andavano a premiare i dipendenti più virtuosi. Dal mese scorso, dunque, i 330 lavoratori dell’ateneo hanno ricevuto una busta paga ben più leggera del solito.

Colpa delle osservazioni degli ispettori inviati lo scorso autunno a Chieti dal ministero dell’Economia e delle finanze, che a luglio hanno mandato ai vertici d’ateneo una dettagliata relazione di 150 pagine con le irregolarità riscontrate nei bilanci degli ultimi 4 anni. Si va da sottigliezze, come il ritardo di pochi giorni nell’approvazione del bilancio, al superamento di poche centinaia di euro delle spese per le missioni o le pubblicazioni. Fino a “buchi”, attualmente analizzati da vicinissimo dalla Corte dei conti, ben più pesanti. Come lo stipendio dell’ex direttore generale, Marco Napoleone, che secondo gli ispettori ministeriali sarebbe stato ben più alto del dovuto (sulla vicenda è in corso anche una causa al tribunale del lavoro di Chieti). O l’Ima, appunto, il tarlo che ha scatenato il caos ad un passo delle ferie e ha gettato nella disperazione i lavoratori.

Gli ispettori sostengono che dal 2002 alla D’Annunzio siano stati versati 14 milioni di euro di salario accessorio che in realtà non dovevano essere pagati, visto che non esisteva il fondo accessorio obbligatorio per legge. La questione era già stata sollevata nel 2003, da un’ispezione precedente, ma al ministero erano state sufficienti le contro-osservazioni stilate allora dall’università. La mancanza, però, non è mai stata sanata, così ispettori e revisori dei conti hanno decretato l’illegittimità delle indennità pagate fino allo scorso luglio.

Ne è nato un braccio di ferro infuocato fra il direttore generale Del Vecchio, che ha preso servizio nel 2002, e i lavoratori, affiancati dai sindacati anche nazionali, secondo cui la decisione di sospendere l’Ima sarebbe un suo atto arbitrario e non dovuto. Tanto più che sulla testa dei 330 dipendenti pende uno spauracchio ben più temibile, ovvero l’ipotesi di dover restituire, ciascuno per la sua parte, l’Ima percepito negli ultimi 12 anni.

Al momento, nel campus in fibrillazione, non ci sono state proteste eclatanti a parte gli striscioni esposti all’ingresso di via Pescara. Il dg è in stretto contatto con il ministero dell’Economia per tentare di trovare una soluzione e verificare la possibilità di ricostruire il fondo accessorio: il primo incontro a Roma c’è stato il 19 agosto, il prossimo sarà fissato a breve. Dall’altro lato i lavoratori temono invece che i vertici universitari non vogliano ripristinare l’Ima. E, ancora di più, hanno paura di dover pagare qualcosa che, di chiunque sia la responsabilità, non hanno certamente causato loro. I sindacati, prima di qualunque azione più forte, sollecitano l’apertura di un tavolo con il rettore per studiare insieme la soluzione meno dolorosa possibile

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