Sabato, 24 Luglio 2021
Cronaca

Carabiniere condannato per usura dopo le accuse dell'amico, 13 anni dopo la revisione del processo lo assolve

Giuseppe Di Risio, 58 anni, di Casalbordino, ha vissuto un incubo ed è stato anche sospeso dal servizio, finendo in carcere per un reato che, è stato dimostrato oggi, non ha mai commesso

Immagine di archivio

Ci sono voluti 13 anni e la revisione del processo, ma alla fine Giuseppe Di Risio, 58 anni, di Casalbordino, all'epoca brigadiere dei carabinieri in servizio alla compagnia di Atessa, è stato assolto dalle accuse che gli venivano mosse. 

È l'agenzia Adnkronos a raccontare l'odissea giudiziaria dell'uomo, che nel 2008 venne arrestato per usura promessa e, in seguito, condannato in tutti e tre gradi di giudizio. Oggi, la Corte d'appello di Campobasso, dopo aver accolto la richiesta di revisione processuale, lo ha assolto, cancellando ogni accusa a suo carico. 

"Ho dedicato all'Arma dei carabinieri - dice Di Risio all'Adnkronos - 32 anni di onorata carriera, inficiata da questa vicenda che mi ha distrutto a livello professionale, sociale e patrimoniale. Adesso mi auguro di ricominciare a vivere".

Nel 2008, l'allora carabiniere venne prelevato a casa e condotto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Un fulmine a ciel sereno che turbò la serenità della sua famiglia e la sua vita lavorativa, dato che venne sospeso dal servizio. 

Di Risio era stato arrestato dopo le accuse mosse a suo carico da un imprenditore suo amico, a cui aveva prestato denaro. Questi lo aveva denunciato, raccontando che il carabiniere, fra il 2006 e il 2008, gli aveva prestato alcune somme, per cui chiedeva tassi d'interesse che arrivavano addirittura al 240%. 

Nel 2013, il tribunale di Lanciano lo condannò a 3 anni di reclusione più altri 9 mesi per il reato di falsità in annotazioni di servizio. La pena venne confermata dalla Corte d'Appello dell'Aquila e successivamente dalla Cassazione, che l'ha ridotta a 3 anni e 8 mesi. 

Il sottufficiale, che non ha mai smesso di dichiararsi innocente, ha continuato a combattere per dimostrare di non aver mai commesso i fatti che gli venivano contestati. 

È emerso che era stato lui a contrarre prestiti con le banche, per aiutare l'amico che gli aveva chiesto aiuto per i suoi problemi finanziari. Prestiti arrivati, nel giro di breve, a 120mila euro. 

Ma quando Di Risio ha cercato di riavere indietro quelle somme, anche perché doveva restituirle alle banche, l'amico lo ha denunciato per usura. 

A quel punto, sono scattate le manette: prima il carcere, poi gli arresti domiciliari e infine l'affidamento ai servizi sociali, arrivando a scontare quasi del tutto la pena. 

Il suo avvocato, Giuliana De Nicola, di Pescara, indagando, è riuscita a scovare, filmati, registrazioni e documenti mai entrati nel fascicolo processuale e che, di recente, hanno indotto i giudici alla revisione del processo. Nuove prove e testimonianze prodotte in aula, lo hanno scagionato definitivamente.

Come riporta l'Adnkrons, la Corte d'Appello di Campobasso, con sentenza del 4 marzo 2021 e depositata il 3 maggio 2021, ha cancellato ogni condanna perché "il fatto non sussiste". I giudici hanno anche stabilito, a suo favore, "la restituzione delle somme pagate in esecuzione della condanna e per spese processuali e di mantenimento, nonché per risarcimento del danno in riferimento al reato di usura". 

Adesso Di Risio chiederà i danni allo Stato per la carcerazione e la sofferenza patite. 

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