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Monsignor Forte: "Tragedia che si poteva evitare"

L'arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto: "Una giustizia lenta non è mai giustizia e può produrre anche effetti tragici come questi a cui si è assistito a Vasto". Il procuratore capo replica

“La vendetta non è mai giustizia: produce solo ulteriore sofferenza e altri mali”. Non può che esserne convinto monsignor Bruno Forte che interviene sull’omicidio a Vasto di Italo D’Elisa, il 22enne che lo scorso primo luglio non si era fermato al semaforo rosso travolgendo e uccidendo Roberta Smargiassi. Il marito, Fabio Di Lello, ha cciso Italo con tre colpi di pistola.

“Avverto innanzitutto un senso di grande dolore per le tre giovani vite spezzate – ha dichiarato l'arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto -  quella della ragazza morta per l'incidente, quella del giovane ucciso e quella dell'assassino, perché la sua esistenza è stata stravolta in maniera profonda. Quello che addolora è che questo giovane, esasperato dalle lentezze di una giustizia che a suo avviso non dava segni nei confronti di colui che aveva investito la moglie, abbia reagito facendosi giustizia da sé”.

Forte da una parte ribadisce il no assoluto a cercare giustizia da sé, dall'altra coglie l’occasione per sollecitare la giustizia affinché sia più rapida. “Una giustizia lenta non è mai giustizia – afferma - e può produrre anche effetti tragici come questi a cui si è assistito a Vasto. Al di là delle precisazioni tecnico-giuridiche, che competono giustamente ai magistrati, era questo il sentimento popolare diffuso di fronte a una giovane vita spezzata, quella della giovane moglie uccisa. Appare chiaro che tra la gente c'era un'esigenza di giustizia e verità, espressasi anche in una fiaccolata con larga partecipazione di popolo. Evidentemente, giustizia non è mai giustizialismo, né quel movimento di opinione, legittimo in sé, poteva giustificare l'uso della violenza su colui che era stato responsabile dell'incidente".

Di tutt’altro avviso il procuratore della Repubblica di Vasto Giampiero Di Florio che non vuole che si parli di lentezza della giustizia.  ‘Le indagini non sono state affatto lente – ha ripetuto - sono durate 110 giorni dalla data dell’incidente, tempi rapidi per arrivare a una sentenza in meno di 8 mesi”. Il procuratore si è anche scagliato contro i "commenti spregiudicati" sulla vicenda, dicendosi "stufo di queste comunicazioni in rete dove cova l'odio".
 

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