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Cronaca

In carcere il giovane accusato di aver ucciso Simone Daita

La morte del giornalista teatino avvenne nel 2016, un anno dopo l'aggressione in piazza Vico per la quale un giovane operaio di Chieti è stato condannato a 8 anni in Cassazione

Confermati 8 anni e mezzo di reclusione per la morte di Simone Daita a Emanuele D’Onofrio, il giovane operaio teatino che nel 2015 sferrò un pugno fatale al giornalista 53enne, il quale entrò in coma e morì un anno dopo in ospedale.

Ieri la Cassazione ha rigettato il ricorso e la sentenza è divenuta definitiva. D’Onofrio è accusato di omicidio preterintenzionale e dovrà scontare la pena in carcere. In primo grado era stato condannato a 13 anni dalla corte d'assise di Chieti, pena poi ridota in Appello.

I fatti risalgono alla sera del 28 febbraio 2015 quando Simone Daita arrivò visibilmente alticcio in piazza G.B. Vico a Chieti, iniziando a infastidire la comitiva di D'Onofrio, allora 23enne. Finché, appena fuori da un bar, il giovane colpì Daita con quello che lui ha sempre sostenuto essere un solo pugno per difendersi da un colpo ricevuto al volto. Ma l'uomo batté la testa contro lo stipite in marmo di un negozio e finì a terra. Entrò in coma. Morì dopo un anno di sofferenze in ospedale, senza mai riprendersi.

Da allora, la situazione di D'Onofrio si aggravò. Il giovane, assistito dall'avvocato Roberto Di Loreto, ha sempre sostenuto di aver agito per difendersi e che mai avrebbe potuto immaginare un epilogo del genere.

Ora per lui si apriranno le porte del carcere.
 

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