In trincea contro il Coronavirus, il racconto del dottor Aceto: "Siamo sconfortati"

Il presidente del consiglio comunale di Chieti, che è un chirurgo del Santissima Annunziata, ha dato la sua disponibilità a lavorare tra i pazienti Covid

Liberato Aceto, chirurgo e presidente del consiglio comunale di Chieti

Non ci sono soltanto gli specialisti di malattie infettive o gli anestesisti tra i camici bianci in prima linea contro il Coronavirus. All'ospedale Santissima Annunziata di Chieti, infatti, reparti e professionisti sanitari sono stati riorganizzati per assistere i pazienti affetti da Covid 19. 

In particolare, sono state costituite unità operative dedicate solo al virus, a cui presteranno il proprio contributo anche i dirigenti medici delle unità operative di Chirurgia generale, Chirurgia oncologica, Clinica urologia, Clinica ortopedica, Clinica otorinolaringoiatria, Clinica oftalmologica, Chirurgia vascolare.

Tra i chirurghi che si trovano ad affrontare il nemico invisibile c'è anche il dottor Liberato Aceto, presidente del consiglio comunale di Chieti, che ha raccontato a Chieti Today come si vive nella trincea di questa guerra che sembra ad armi impari. 

"Al momento - spiega - sono stati liberati quasi 100 posti letto per i pazienti Covid che non hanno necessità di Terapia intensiva o quelli che da lì vengono dimessi, in quattro reparti: si tratta della Chirurgia oncologica, multidisciplinare, Urologia e Chirurgia toracica. Noi chirurghi affianchiamo i colleghi medici dopo aver fatto corsi per gestire questo tipo di pazienti". 

Ciascuno ha dato la sua disponibilità per turni di 15 giorni, durante i quali farà parte di una squadra composta da 6 medici, pronti a supportare i vari reparti Covid. Dopo quel periodo di tempo, tornerà a occuparsi della sua specializzazione, lasciando spazio ad altri colleghi.

Per evitare ogni rischio, per il medico e per l'assistito, è necessario seguire un rigido protocollo nella vestizione, nell'assistenza e anche, a fine turno, quando si gettano via gli indumenti monouso contaminati. "C'è un area di decontaminazione e bisogna seguire percorsi prestabiliti, indossare la mascherina, poi il primo paio di guanti e il primo camice, disinfettarsi di nuovo, mettere la seconda tuta e un altro paio di guanti, oltre alla mascherina". 

A quel punto, si entra in un mondo che appare ben diverso dalla corsia a cui dottori sono abituati: "Il rapporto con il paziente - spiega il dottor Aceto - risulta difficile, perché non si crea un rapporto fiduciario, c'è una distanza emotiva inevitabile. E questo non si ripercuote soltanto sulle persone che assistiamo, ma anche su di noi. La situazione inizia a essere pesante, perché i numeri non si fermano e non sappiamo quando arriverà la fine: questo ci sconforta". 

Un momento difficile che, però, non finisce una volta terminato il turno, ma ha effetti anche nella vita privata. "Quando, dopo le 6 ore di turno, usciamo e ci spogliamo, dobbiamo seguire una procedura per svestirci senza contaminarci. E, una volta tornati a casa, non possiamo stare con i nostri cari, ma, per precauzione, dobbiamo rimanere isolati, nel mio caso in una mansarda senza la famiglia, dove resto anche a dormire".

Intanto, l'attività chirurgica non si ferma: sono rinviati tutti gli interventi di routine, ma le sale restano aperte per le urgenze e per i tumori non differibili, come da direttive della Regione. 

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Anche per questo, il dottor Aceto si unisce al coro di quanti chiedono con urgenza che vengano effettuati tamponi a tutto il personale sanitario in servizio: "La diffusione del virus si sta riducendo perché si è ridotta la circolazione delle persone. Ma più che mai, oggi, noi medici o infermieri possiamo essere fonte di contagio: per questo, è importante fare tamponi a tappeto al più presto, non solo perché ci sono già positivi, ma anche perché gli asintomatici potrebbero essere un rischio per i pazienti e per le loro famiglie". 

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