Carlo Verdone incanta l'università d'Annunzio

A Chieti prima di ritirare il premio Penne per "La casa sopra il portico", l'attore e regista si racconta alla platea di studenti, passando dagli esordi con Sergio Leone ai suoi lati più intimi, fino alla nascita dei personaggi più noti

Arrivato a Chieti prima di ricevere, nel pomeriggio di oggi (venerdì 22 maggio), il premio città di Penne, Carlo Verdone si è raccontato in ogni sua sfaccettatura all’università d’Annunzio, in un auditorium pienissimo di studenti e ammiratori delle primissima ora.

Un abbraccio, quello del campus al comico e regista romano, che lo ha letteralmente assalito. Difficile, anche per uno schivo come lui, sfuggire alla richiesta pressante di selfie e fotografie. Ma alla fine, i fan si sono arresi ad ascoltare, soltanto, un Verdone particolarmente generoso, di aneddoti e racconti.

A presentarlo l’amico di sempre Enrico Vanzina, presidente di giuria del premio Penne, Carlo Manzoli, il direttore scientifico Antonio Sorella, il direttore del dipartimento Disputer Liborio Stuppia e il rettore Carmine Di Ilio.

È Vanzina a rompere il ghiaccio, quando racconta della prima volta che vide Carlo Verdone, presentato dall’allora fidanzato della sorella, Christian De Sica. “Rimasi folgorato – ricorda – dall’umorismo di questo ragazzino. Aveva i tempi e la capacità di fotografare con una battuta la realtà”. E ancora le vacanze all’hotel Excelsior sul Lido di Venezia, le partite della Roma, e una mania in comune: “Ero affascinato da lui – dice Vanzina – perché anche io sono super ipocondriaco”.

Poi, però, la scena è tutta per il protagonista della mattinata. Uno dei capisaldi della comicità all’italiana, in grado di immortalare ossessioni del Belpaese, il cambiamento del linguaggio, manie particolari degli italiani. “I miei personaggi – precisa – parlano romano, ma per la loro essenza sono riconoscibili in tutta la Penisola”.

Il racconto di Verdone a Chieti, però, inizia da “La casa sopra il portico”, il libro per cui ha ricevuto il premio Penne. “Un libro vero, dove ricordo tutto ciò che non voglio dimenticare: nascite, morti, personaggi passati per la mia casa”. La casa in cui è nato, cresciuto e dove ha vissuto gran parte delle emozioni della vita, fino alla morte del padre, cui era legatissimo, quando “l’abbiamo dovuta restituire al Vaticano e per me è stato un dolore. Ora abito in una casa bella e grande; ma non è una grande casa come quella”. Poi, il regista, attore e scrittore si apre ancora di più: “Ho raccontato il rapporto con le stanze di quella casa. Il libro è uno specchio molto nitido della mia anima, malinconica, ma dotata di molta ironia”. E il pensiero continuo va ai genitori, “il cui apporto – dice – mi è servito molto, perché mi hanno spinto a vivere, a frequentare non solo i figli dei loro amici borghesi, ma tutti”.

Nel tracciare un bilancio della sua carriera, dai successi di Borotalco, passando per Bianco, rosso e Verdone “quando – ricorda – mi abbandonarono tutti perché andò meno bene al botteghino e ricevetti una sola recensione positiva, sul Mattino”, l’esito è positivo: “Non rinnego niente, lascerei tutto così dal primo all’ultimo”. I suoi film, anche quelli con un incasso modesto, hanno di fatto cambiato i costumi e il linguaggio degli italiani. “Alcuni dei tormentoni li ho inventati io – ammette Verdone – altri li sentivo nei discorsi della gente: sono un grande osservatore e ho ancora voglia di guardare, nonostante questo sia un periodo odioso, senza un filo di etica e di morale. Oggi la qualità della vita è mediocre, stiamo perdendo la memoria storica”.

Nonostante questo e nonostante la nota ipocondria di Verdone, vede la vita in maniera più che positiva. “Scherzando e ridendo – dice – io ce l’ho fatta. Non penso di essere stato fortunato, solo che il talento abbia incontrato un’opportunità. Sono andato avanti con molto entusiasmo, ma il segreto del mio successo non è studiato o programmato. Penso che se dopo 38 anni che faccio questo lavoro sono ancora qui, il mio modo di vivere ha fatto la differenza: non mi sono mai sentito protagonista, piuttosto un fan degli altri”. Come della musica degli anni Sessanta, da Jimi Hendrix a John Lennon.

E c’è spazio anche per un ricordo amaro: “Il mio film più amato è di certo Bianco, rosso e Verdone. Ma pochi sanno che passai un momento di smarrimento quando uscì e tutti mi abbandonarono. Allora tornai all’università, dal mio professore, ma il bidello mi disse che si era sparato. Ma come, pensavo, un professore di Storia delle religioni che si spara?! Fu allora che mi chiamò il vecchio Mario Cecchi Gori, il padre non il figlio per fortuna, e mi fece un buon contratto”.

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E a quel punto arrivò la consacrazione definitiva. “Con Borotalco sapevo che mi sarei giocato tutto. E alla fine vinse 15 David di Donatello”. Consacrando Carlo Verdone fra i pilastri della comicità italiana, in grado di dipingere perfettamente vizi, virtù e manie dell’italiano medio. 

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