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Sul Fatto Quotidiano due giudici popolari rivelano "mai letti gli atti del processo Bussi"

Intervistate da Massari, due delle giurate ammettono di non aver deciso con serenità, perché il giudice Romandini disse loro che, in caso di appello e verdetto opposto, gli imputati si sarebbero potuti rivalere direttamente sui loro beni. E il Wwf presenta un esposto

“Non ero serena: per me il dolo c’era. Ma quando il giudice Romandini ci ha spiegato che gli imputati, se condannati, avrebbero potuto citarci personalmente se assolti in appello, non abbiamo più obiettato”. Sono queste le parole, riportate in un articolo apparso oggi su Il Fatto quotidiano, firmato dal giornalista Antonio Massari, di una dei sei giudici popolari che lo scorso 19 dicembre, in Corte d’Appello, a Chieti, assolsero dall’accusa di avvelenamento delle acque tutti gli imputati per la discarica di Bussi.

Una versione confermata da un’altra giudice popolare, che al taccuino di Massari conferma: “Non abbiamo mai letto gli atti del processo”. Insomma, i sei cittadini sorteggiati per affiancare il collegio giudicante, si sarebbero basati solo sulle slide lette in sede processuale, senza mai poter accedere ai documenti depositati. “Non ci sono mai stati negati – confermano le due intervistate, che non rivelano il proprio nome – ma di fatto non li abbiamo mai visti”.

E la rivelazione ha scatenato l’indignazione del Wwf, che tramite il presidente regionale Luciano Di Tizio chiede un approfondimento sulle dichiarazioni delle due donne. “Siamo nel processo come parte civile – spiega - e siamo stati presenti in tutte le udienze. La sentenza ci sorprese ma ne prendemmo atto, sia pure con amarezza. Ora emergono inquietanti ipotesi. Solleciteremo il doveroso  accertamento dei  fatti, a questo punto necessariamente anche con un esposto, perché su questa vicenda non restino ombre di alcun tipo”.

L’avvocato Tommaso Navarra, che nel processo di Bussi rappresenta il Wwf, aggiunge: “Laddove confermate, le dichiarazioni apparse oggi sul Fatto Quotidiano appaiono di assoluta gravità. Noi abbiamo sempre creduto nella estrema fondatezza in fatto e in diritto delle imputazioni. Le centinaia di migliaia di pagine degli atti processuali sono state la base unica e onesta intellettualmente delle nostre convinzioni. Naturalmente per decidere era ed è indispensabile leggere quelle carte. Se non fosse stato fatto sarebbe di una gravità assoluta e rispetto a questa ipotizzata evenienza siamo sostanzialmente senza parole. Per come abbiamo sempre fatto continueremo a cercare la verità anche rispetto a queste novità che fanno vacillare, speriamo a torto, la nostra piena fiducia nei confronti di una giustizia che in questo caso aveva ed ha anche il presidio della giuria popolare. Quando prima, in tempi rapidi, attendiamo Giustizia. E siamo sempre fiduciosi  di ottenerla, a cominciare dall’esito del ricorso per Cassazione depositato dai pubblici ministeri Mantini e Bellelli per l’annullamento proprio della derubricazione del fatto da doloso a colposo con conseguente ritenuta prescrizione”.

Anche Gianluca Castaldi, senatore vastese del Movimento 5 Stelle, annuncia un’interrogazione parlamentare alla luce delle interviste pubblicate sul Fatto, unendosi alle richieste di Augusto De Sanctis del Forum H20 e del sindaco di Bussi Salvatore La Gatta.

“Se i fatti fossero confermati – tuona - ci troveremmo di fronte a minacce di tipo mafioso, esercitate da poteri forti che rifiutano di farsi processare. La faccenda non finisce qui, i cittadini abruzzesi meritano di sapere la verità: se il processo contro Montedison è stato davvero inquinato con metodi criminali, i responsabili dovranno pagarla molto cara”.

Dello stesso tenore l'intervento della deputata del Partito Democratico, Vittoria D'Incecco: "Occorre subito fare chiarezza - dice - e fugare ogni minimo dubbio sul contesto in cui è maturata la decisione della Corte giudicante teatina". L'onorevole ha sottoscritto l'interrogazione presentata dal collega di partito Antonio Castricone. 
 

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