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Arresti per 'ndrangheta: stanata la prima organizzazione di stampo mafioso nata nella provincia teatina

Due anni di indagini, culminati all'alba con 19 arresti e quasi altrettanti indagati. Il quartier generale a Francavilla

Trentasei indagati, 19 arresti e il sequestro di beni per circa 10 milioni di euro. E’ il bilancio dell’operazione antimafia “Design” diretta e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila e condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo Provinciale di Chieti. Un’indagine durata due anni e culminata alle prime luci dell’alba di martedì 21 febbraio con l’esecuzione di 28 ordinanze applicative di misure cautelari di cui 10 in carcere, emesse dal gip dell’Aquila, Giuseppe Romano.

“Per la prima volta, sin dalla fase investigativa, è stata posta in luce un’associazione di stampo mafioso nella provincia teatina, con le connotazioni tipiche della criminalità organizzata calabrese riconducibile alla ‘ndrangheta - hanno evidenziato il comandante provinciale dei carabinieri di Chieti Luciano Calabrò e il maggiore Erminio Sacco - con promotori e sodali principali provenienti dall’area calabrese e legati per parentela con le più note famiglie ‘ndranghetiste della Locale di Africo”. Un'indagine molto complessa anche alla luce del fatto che nessuno ha denunciato alcunché, come confermato dai carabinieri. 

QUARTIER GENERALE A FRANCAVILLA Nei fatti, la cellula di un’associazione a delinquere di stampo mafioso che ha replicato se stessa in Abruzzo, con il quartier generale a Francavilla “perchè oramai non ci sono territori che possono essere considerati immuni dalle infiltrazioni della criminalità organizzata” ha riferito il colonnello Calabrò. E’ a Francavilla che viveva uno degli arrestati, considerato il capo della cellula‘ndranghetista abruzzese: Simone Cuppari, 36enne di origini calabresi che sulla costa aveva consolidato un canale di approvvigionamento di grosse quantità di stupefacenti, in  particolare cocaina, da un analogo gruppo di affiliati stanziati in Lombardia. 

 Droga che veniva distribuita nel mercato abruzzese, fra Chieti e Pescara, mentre i proventi dello spaccio venivano reimpiegati nell’acquisizione di attività commerciali quali bar e centri di raccolta di scommesse elettroniche e in episodi di usura in danno di piccoli commercianti in difficoltà. In questo scenario, gli inquirenti hanno inquadrato alcuni reati tipici del contesto mafioso come la cessione di denaro a piccoli imprenditori e commercianti in difficoltà pretendendo interessi esorbitanti e facendo ricorso, per costringerli a pagare a minacce, incendi di negozi e autovetture. In un caso a fronte di un prestito di 20 mila euro la vittima avrebbe dovuto restituire, dopo un mese, la somma di 40 mila: nell’arco di pochi mesi il malcapitato si è visto costretto a pagare oltre 220 mila euro. I profitti così realizzati venivano, in parte, reimpiegati in attività imprenditoriali in Calabria, ad esempio nel commercio di autoveicoli e nella realizzazione di villaggi turistici di grandi dimensioni. 

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