Cronaca

L'ordine degli avvocati di Chieti nel mirino dell'Antitrust e della Commissione Europea

La sezione teatina, assieme ad altre dodici, avrebbe violato le norme comunitarie sull'accesso alla professione ponendo limiti troppo severi per l'esercizio di legali abilitati in Paesi dell'Unione Europea. L'ipotesi è che abbiano cercato di ostacolare i colleghi comunitari

L’ordine degli avvocati della provincia di Chieti è nel mirino dell’Antitrust e della Commissione europea. Ed è in buona compagnia: al centro dell’istruttoria, infatti, ci sono anche Roma, Milano, Latina, Civitavecchia, Tivoli, Velletri, Tempio Pausania, Modena, Matera, Taranto e Sassari. Tutti avrebbero violato il diritto comunitario in materia di accesso alla professione legale di avvocati abilitati in Paesi dell’Unione Europea.

L’ipotesi è che i dodici ordini sotto accusa stiano ostacolando l’esercizio alla professione in Italia di colleghi stranieri o che abbiano conseguito l’abilitazione all’estero. Sembra che pongano troppi limiti nell’iscrizione alla sezione speciale dell’albo. A far aprire il fascicolo sono state due segnalazioni di un avvocato che ha conseguito il titolo in Spagna e dell’Associazione italiana avvocati stabiliti, che rappresenta i laureati in Giurisprudenza e chi ha acquisito l’abilitazione alla professione in un altro paese dell’Unione europea. Si sospetta che gli ordini provinciali abbiano attivato procedure restrittive per escludere dal mercato gli avvocati non abilitati in Italia.

Ma il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, intervistato dal Corriere della Sera, non ci sta e ribatte: “Siamo al paradosso: sotto inchiesta ci siamo finiti noi che cercavamo solo di accertare che persone che avevano aggirato il sistema italiano avessero realmente effettuato un tirocinio e un’esperienza qualificante in Spagna”.

In effetti la scorciatoia iberica sembra allettare non poco gli aspiranti avvocati nostrani. In molti negli ultimi anni hanno viaggiato sino in Spagna per affrontare l’esame da avvocato, considerato più accessibile di quello italiano. Al punto che sulla home page del sito di Cepu campeggia un banner che invita i laureati in Giurisprudenza a diventare “abogado” nel paese della corrida per poi esercitare la professione forense in Italia. Il tutto in un anno e mezzo al massimo, con tanto di lezioni di lingua, preparazione alla “Prueba de aptitud” per ottenere il titolo di “Licenciado en derecho” (l’equivalente della nostra laurea in Legge), ammissione al “master en Abogacìa” (una formazione teorica e pratica) per poi coronare il sogno di iscriversi al “Colegio profesional”.

A regolare l’equipollenza dei titoli conseguiti in ambito comunitario è il decreto legge 96 del 2001. La norma stabilisce che i cittadini degli Stati membri che abbiano conseguito nel loro paese un titolo corrispondente all’esame italiano per la professione di avvocato, possono esercitare. È sufficiente iscriversi all’albo degli avvocati abilitati e per tre anni si avrà qualche piccola limitazione. Ma passato questo periodo di tempo di esercizio regolare ed effettivo, l’avvocato può iscriversi all’albo ed esercitare la professione senza limiti.  

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