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L'allarme dell'associazione antimafia: "L'Abruzzo non è immune dalla criminalità organizzata"

Alessio Di Florio, dell'associazione antimafie Rita Atria e PeaceLink Abruzzo, che ha diffuso parte di un dossier sulla criminalità nella nostra regione: ne esce un'immagine allarmante

L'Abruzzo è un'isola felice, rispetto alla criminalità organizzata che tormenta il sud Italia? Non proprio. Parola di Alessio Di Florio, dell'associazione antimafie Rita Atria e PeaceLink Abruzzo, che ha diffuso parte di un dossier sulla criminalità nella nostra regione. L'estratto che pubblichiamo è il secondo capitolo di un dossier più ampio, dedicato alla memoria di Guido Conti, ex generale dei carabinieri forestali trovato morto quasi un anno fa.  

Ecco, di seguito, il ritratto della provincia di Chieti e dell'Abruzzo, secondo l'associazione antimafia. 

Per tutta la costa adriatica, fino a San Salvo o alla bonifica del Tronto nominata quasi solo per squallide battute maschiliste, ci sono quartieri in mano allo spaccio, luoghi dove prolifera la prostituzione. Comuni dove personaggi più o meno pregiudicati inquinano la vita sociale a furia di botte e violenza. Basta semplicemente avere l’unica colpa di essere in un momento in una piazza, o in una strada, in una determinata sera e si può essere pestati. La stessa legge di Ostia. La Ostia degli Spada. Quest’estate due diverse maxi operazioni hanno colpito cupole del traffico di droga tra Vasto, San Salvo, Casalbordino e dintorni. E nella prima il cognome Spada è saltato fuori. Ma questo dato sulla cronaca, e nei commenti politici, cittadini, dei social infestati dai leoni da tastiera, non è stato minimamente considerato. Così come subito si è cercato di far silenziare l’attenzione sull’altra operazione. Che coinvolge giovanissimi, che ha colpito organizzazioni che stavano prendendo il predominio sul territorio. Un territorio che ormai da decenni ha sempre visto clan in odor di camorra e ‘ndrangheta pesantemente presenti. Pasqualone, Cozzolino, Ferrazzo, gli ultimi due attualmente alla sbarra in processi che a breve potrebbero concludersi. Ma su cui l’interesse, ancora una volta, è meno che minimo. E dopo loro? Dopo ogni maxi operazione non ci si è mai posto il tema di tenere alta l’attenzione, di prepararsi a nuovi assalti, a nuovi clan dominanti. E in tutti e tre i casi ci sono volute, mentre decine di altre si intervallavano, almeno due maxi operazioni per sgominare il clan. Il primo giro di arresti non è mai bastato, l’organizzazione criminale era sempre comunque rimasta sul territorio, c’è sempre stato chi l’ha alimentata. Non sarebbe ora di interrogarsi su questo? Non sarebbe ora che la politica che tanto sbandiera sicurezza e legalità, la società civile e i tanti cittadini indignati a chiacchiere, comincino a porsi domande su questo? La risposta è si ma non avviene. Anche perché, sia ben chiaro, della necessità di due inchieste la responsabilità non è di magistratura e forze dell’ordine. Encomiabili e autori di un impegno straordinario, con rischi per la loro incolumità. Perché anche in Abruzzo ci sono magistrati che hanno subito minacce, intimidazioni e raid criminali.

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