Cronaca

Il Senato rinuncia: niente tagli alle province, Chieti resta capoluogo

Il decreto che riorganizzava le province italiane non sarà convertito in legge. Troppi gli emendamenti e subemendamenti presentati. Ripercorriamo questi mesi

Nessun accorpamento, nessuna abolizione. Solo chiacchiere sciolte come neve al sole ieri sera  durante la seduta della commissione Affari costituzionali. Il decreto che riorganizzava le province italiane non sarà convertito in legge. Troppi gli emendamenti e subemendamenti presentati: Governo e Commissione hanno ritenuto impossibile approdare in aula oggi pomeriggio come stabilito dal calendario del Senato.

E Chieti, umiliata da un provvedimento che non teneva conto del fatto che avesse tutti i requisiti per mantenere lo status di provincia, può tirare un sospiro di sollievo.

Era settembre quando il Cal, dopo decine di riunioni, votava per l’accorpamento di Chieti con Pescara e dell’Aquila con Teramo, nonostante la provincia di Chieti avesse i requisiti per rimanere autonoma  e per il Ministero l’Abruzzo avrebbe potuto avere  tre province.  La proposta, a fine ottobre, prima di approdare al Governo sarebbe passata per il Consiglio Regionale. Quest’ultimo dopo una lunga seduta, aveva deciso di non sottoporre alcuna proposta di riordino, optando invece per una soppressione omogenea delle stesse su tutto il territorio e lasciando a bocca aperta teatini e teramani.

Intanto a Chieti si era già formato un nutrito movimento di cittadini, rappresentanti di associazioni, studenti, confluiti nel Comitato per difendere la Provincia.

La prima ‘uscita pubblica’ è stata il 22 ottobre, quando circa 1000 persone sfilarono lungo corso Marrucino al grido di “Chieti Provincia, per chi non ha memoria. Lo dice la legge, lo dice la storia”. In quell’occasione ci fu anche la serrata di un’ora delle attività commerciali.

Non fu l’unica mossa del Comitato, seguì un’assemblea, una fiaccolata a Chieti Scalo e l’occupazione simbolica, a inizio dicembre, dell’atrio della provincia di Chieti. Intanto anche il sindaco di Chieti aveva dimostrato il proprio disappunto contro un provvedimento ingiusto, e una mattina, a Montecitorio, vestito da uomo sandwich, improvvisò uno sciopero della fame per protesta fino a quando non riuscì a parlare col Ministro Patroni Griffi.

Intanto, se verso la provincia di Chieti arrivava solidarietà da vari comuni limitrofi, lo stesso presidente del Comitato, Silvio Di Lorenzo, aveva invitato i sindaci a prendere una posizione, quello che preoccupava di più i cittadini non era solo che, in caso di accorpamento tra Chieti e Pescara, avrebbe avuto il titolo di capoluogo la città con più abitanti e non la provincia, quindi la seconda, ma la perdita consequenziale di vari uffici pubblici come la motorizzazione civile, la prefettura, ecc., e di migliaia di posti lavoro collegati ad essi.

Anche l’arcivescovo della diocesi Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, a un certo punto decide di intervenire a difesa dell’Ente: “Si cominci  a tagliare dall’alto” il monito.

E intanto, l’annuncio di dimissioni del premier Monti e, prima ancora, la pregiudiziale di incostituzionalità inviata dal Pdl, facevano intendere che qualcosa non sarebbe andato a buon fine, a seconda dei punti di vista. Risultato: con la decisione di ieri in Senato, tutto resta così com’è.

Chieti, che rischiava di essere penalizzata dai tagli, è salva assieme alle province amiche Frosinone e Avellino, con le quali negli ultimi giorni aveva manifestato a Roma.

Da questo lungo iter, conclusosi in stile gattopardesco, la città ne è uscita sicuramente più forte. L’augurio è che, su questa linea, si cominci a difenderla e a custodirla sempre, e non solo quando il castello sta per andare in brandelli.

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