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Scavi San Giustino, gli archeologi abruzzesi contro "il fantasioso e immaturo sensazionalismo"

Il direttivo della confederazione archeologi critica il volume della collega Marida De Menna e Teresio Cocco sui rinvenimenti in piazza San Giustino

Gli archeologi abruzzesi contro la pubblicazione del volume “Relazione storica dei rinvenimenti di piazza San Giustino, già piazza Vittorio Emanuele II e Colle Gallo” della collega Marida De Menna e Teresio Cocco.

Dopo la Soprintendenza anche il direttivo della confederazione archeologi Abruzzo è contraria alle affermazioni contenute nel volume attraverso il quale viene chiesto  al Comune di continuare gli scavi nella piazza principale della città, anziché richiudere tutto e proseguire con il cantiere per la realizzazione della nuova piazza. Secondo i due autori del volume "sotto piazza San Giustino c'è "uno scrigno sepolto che solo ora, con i lavori della piazza, si può aprire, la punta dell'iceberg di reperti ben più estesi e di origine romana o addirittura pre-romana, e non medievale e di scarso pregio".

La confederazione Archeologi ritiene "che la citata vicenda sia la giusta occasione per brevi riflessioni riguardanti il ruolo, la dignità, la deontologia dell’archeologo di cantiere".

Con l’approvazione della Legge 110/2014 e del suo decreto attuativo DM 244/2019, quella dell’archeologo è oggi una professione regolamentata, il cui operato ricade sotto la direzione scientifica delle competenti Soprintendenze territoriali, nell’ambito del pieno rispetto delle regole stabilite dal Codice dei Beni Culturali (art. 88 del Dlgs 42/2004).

Questa premessa acquista ancora più di rilievo nel momento in cui si parla di archeologi da campo, quelli che nel resto del mondo sono definiti “Field Archaeologists”, esperti del metodo stratigrafico, il cui compito è praticare quell’operazione tanto magnifica quanto irripetibile e per questo delicatissima, che è lo scavo scientifico. Solo chi scava e rimuove con perizia, metodo e pazienza i singoli strati, registrandone contenuti e reciproche relazioni, può essere considerato testimone attendibile delle evidenze investigate. Un lavoro che porta ogni archeologo a produrre una copiosa documentazione tecnica (relazioni, rilievi, schede stratigrafiche, diagrammi, etc.), la cui rielaborazione in funzione anche della successiva pubblicazione richiede un impegno che non può essere contenuto nei tempi frenetici del social media.

Inoltre il direttico della confederazione ritiene che:

"Ovviamente, nell’ambito della più ampia discussione scientifica, ogni confronto è legittimo e salutare, così come lo sono opinioni alternative e interpretazioni diverse da quelle di chi scava. Al contempo, qualsiasi serio archeologo professionista sa bene che non è etico pensare di elaborare e rendere pubbliche ipotesi, riguardo a scavi non personalmente condotti, prima che la relativa documentazione scientifica sia stata pubblicata integralmente dagli autori delle indagini sul campo. Chi fa altrimenti non dimostra spirito scientifico, piuttosto un immaturo e fantasioso sensazionalismo, dannoso per la società cui propina falsità storiche, e irriverente nei confronti dei colleghi e di riflesso di tutta la comunità scientifica. Quella dell’Archeologo è una professione che non s’improvvisa, sottoposta a una deontologia della professione stessa. Anche nella competizione imposta nostro malgrado dal mercato del lavoro, non si dovrebbero mai perdere di vista il basilare rispetto e i principi di correttezza. Dai comunicati della Soprintendenza emerge chiaramente come una corretta, cordiale e sincera apertura delle professioniste archeologhe impegnate sul campo, nei confronti di membri della comunità cittadina, sia stata arbitrariamente usata, oltretutto senza alcun coordinamento e accordo con la competente Soprintendenza, alla cui autorità unica è demandata la tutela dei beni e la funzione di filtro quale garanzia della puntualità scientifica riguardo alle informazioni di dettaglio di ogni scavo inedito. Oltremodo, la comprensione di una complessa stratificazione, specie in un ambiente urbano a continuità di vita, non può affidarsi a un breve e veloce sguardo occasionale, a scorci colti attraverso una recinzione, o a foto".

Un giudizio sulla vicenda fortemente negativo:

È palese il comportamento scorretto sotto il punto di vista etico e deontologico di quanti, in maniera subdola e ingannevole, si appropriano di dati e immagini provenienti dal lavoro altrui per scopi miranti al conseguimento di un personale vantaggio, fosse anche solo d’immagine, aggravato nel caso in oggetto dall’assoluta distorsione interpretativa delle informazioni che non trovano assoluto riscontro nei reali dati oggettivi emersi durante le indagini. La Cia Abruzzo ritiene che il rispetto per la storia, la cultura e i monumenti, parta innanzitutto dal rispetto per i professionisti che ogni giorno si dedicano allo studio, alla tutela e alla conservazione delle testimonianze del passato, assolutamente non senza difficoltà.

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