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Scavi San Giustino, l'archeologa De Menna e Teresio Cocco: "Ritrovamenti coperti da calcestruzzo"

Prosegue lo scontro tra gli autori della pubblicazione, la Soprintendenza sulle testimonianze archeologiche della piazza interessata dai lavori

Una nota per puntualizzare alcuni aspetti relativi alla pubblicazione “Relazione storica dei rinvenimenti di piazza San Giustino, già piazza Vittorio Emanuele II e Colle Gallo”, e la richiesta di non "ricoprire i tesori di Chieti".  

A scriverla sono gli autori del libro, l’archeologa Marida De Menna e il costruttore Teresio Cocco.

Una pubblicazione che secondo De Menna e Cocco “ha suscitato una reazione di inusitata e inspiegabile virulenza da parte della Soprintendenza con un comunicato stampa per altro non sottoscritto da alcuno. L'intento del nostro lavoro, impegnativo e senza fine di lucro, è divulgativo e di ricostruzione storica e culturale, basato su fonti letterarie di studiosi locali testimoni dei vari rinvenimenti succedutisi nel tempo, in modo da far conoscere alla cittadinanza le scoperte avvenute nell'area di Piazza San Giustino a partire dal '600 e, in particolare, quelle importantissime della fine dell'800, dovute al grandioso programma di 'riqualificazione' urbana dei centri periferici subito dopo l'Unità d'Italia. Molti dei materiali rinvenuti all’epoca sono attualmente conservati nel Museo della Civitella ed è possibile andarli a visitare, compatibilmente con le aperture o riaperture del Museo stesso”.

Gli autori si dicono “stupiti nel leggere nella relazione allegata all’attuale progetto di riqualificazione di Piazza San Giustino, approvata dalla Sapab, frutto di ‘incontri consultivi’ tra gli estensori del progetto e l’Ente stesso, che la Piazza di San Giustino non abbia, nel tempo, restituito alcuna testimonianza archeologica. Affermazione che è in totale contrasto proprio con la presenza dei reperti conservati nel Museo della Civitella e con la corposa documentazione, rinvenibile negli archivi nel nostro Comune, in quelli della stessa Soprintendenza oltre che nelle pubblicazioni scientifiche. Da tutte queste fonti si evince che l’area di San Giustino è stata un’area di fondamentale importanza nella struttura urbana di Teate, in particolare l’impianto della chiesa medievale si è sovrapposto secondo il consueto modello su un’area di destinazione sacrale, come si evince dal rinvenimento dell’ara di marmo con scolpite le fatiche di Ercole, purtroppo andata perduta. Saranno gli studi scientifici della Sapab a vagliare se la testina di Venere recuperata durante gli scavi può costituire un ulteriore conferma di questa destinazione".

L'archeologa De Menna e il costruttore Cocco sottolineano come "dalle immagini diffuse sul web e dalle osservazioni dirette, gli scavi attuali sulla pubblica piazza, hanno intercettato strutture antiche, muri, un pozzo all’interno di un vano con soglia di porta di accesso, dotata di evidenti cerniere di apertura delle ante, un frammento di una colonna scanalata di marmo, che è stata rimossa dal proprio basamento (questo tuttora in sito) e la famosa testina di Venere rinvenuta all’interno di un rinterro antico. Inoltre sono state evidenziate delle cisterne comunicanti tra loro mediante un vano porta di accesso con arco a mattoni, che sono direzionate verso il campanile medioevale. Tale foto evidenzia la volta di una ulteriore cisterna a sostegno del campanile medioevale, volta messa in luce con l’abbassamento della piazza S. Giustino del 1895 e rimasta visibile per quarant’anni ed ora coperta dal passaggio perimetrale del campanile. Parte di tutto ciò è stato nelle settimane scorse ricoperto tramite mezzo meccanico con terreno misto a detriti di calcestruzzo e mattoni".

Infine i due autori replicano al direttivo dell'associazione archeologi. "Per quanto riguarda l’accusa di aver divulgato dati in corso di studio precisiamo che ci siamo limitati ad esprimere alcune valutazioni su una situazione che è sotto gli occhi di tutti, ampiamente diffusa sui giornali e sul web. Per quanto riguarda le accuse di appropriazione indebita si fa presente che l'art.108 comma 3-bis del Codice dei Beni culturali prevede la liberalizzazione delle riproduzioni di tutti i beni culturali con esonero anche dell'obbligo di autorizzazione, a condizione che siano attuate senza scopo di lucro, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale. Nel ribadire la libertà di pensiero e di espressione tutelata dalla Costituzione Italiana invitiamo la Sapab e i supporters della Cia Abruzzo a leggere con attenzione la nostra relazione che è semplicemente “una storia delle ricerche”, base di partenza indispensabile per qualunque ulteriore indagine sul campo. Questi sono dati oggettivi, per i dati scientifici attendiamo la Sapab e auspichiamo che voglia approfondire le indagini di tutta l’area, oltre le previsioni del progetto di riqualificazione, per restituire alla città una parte importante del suo passato". 

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