La pandemia vissuta dai più fragili: le storie dal San Giovanni Battista blindato a 0 contagi

La struttura è stata chiusa alle visite esterne sin da febbraio, ma gli ospiti hanno dovuto rinunciare all'autonomia e ai riti quotidiani

Hanno blindato la struttura alle visite dall'esterno a febbraio, prima che esplodesse la vera emergenza, quando ancora non si era compreso che il Coronavirus avrebbe modificato a lungo i ritmi e le abitudini degli italiani. Una scelta vincente per gli Istituti Riuniti San Giovanni Battista di Chieti, che sono riusciti così a restare una struttura "Covid free", proteggendo la salute dei 103 ospiti e degli operatori sanitari. 

Ora, passato il peggio, il presidente dell'Asp1, Sandra De Thomasis e i componenti del Consiglio di amministrazione Concezio Tilli e Augusto Boscio, raccontano come sono riusciti a non far entrare il virus nella struttura di piazza Garibaldi, rimasta chiusa, dicono, "come fosse una scatola dalla quale tirar fuori cose pericolose: i famigliari, i volontari per le attività di animazione, gli amici. Stop alle celebrazioni religiose".

Un sacrificio enorme, perlopiù in un momento in cui tutto era ancora poco chiaro, senza disposizioni univoche e nella ormai nota difficoltà nel repertire dispositivi di protezione individuale per il personale: mascherine (il fabbisogno è di circa 1.000 al mese), copri scarpe, occhiali, camici monouso, disinfettanti.

Poi, con l'emanazione di ordinanze e decreti, ci si è attenuti alle disposizioni di legge, è stato costituito il gruppo Covid, sono state individuate camere per l'eventuale isolamento di possibili positivi, è stata fatta richiesta per l’esecuzione dei tamponi al personale e di personale aggiuntivo nel caso in cui qualcuno degli ospiti fosse risultato positivo. Inoltre, è stato attivato uno sportello telefonico di ascolto per i familiari.

"Oggi, a distanza di 80 giorni e all’inizio della fase 3 - tirano le somme i vertici degli Istituti riuniti - nessuno dei nostri ospiti si è ammalato di Covid 19. Ma gli effetti dell’isolamento che abbiamo imposto alla nostra struttura per proteggerli dal COVID 19 sono stati dolorosi. Molto. Per loro e per i loro famigliari e i loro cari".

Ed ecco, allora, che le storie della pandemia in una casa di riposo escono dalle quattro mura della struttura e, rigorosamente con nomi di fantasia, emergono per disegnare quanto sia stata duro questo periodo per le categorie più deboli.    

Maria, subito dopo il lockdown, ha iniziato a rifiutare il cibo. Non è riuscita ad accettare l’idea di non poter veder suo figlio, che tutti i giorni la veniva a trovare e l’aiutava, tra una chiacchiera e l’altra, a mangiare. Non le è bastato vederlo e parlare con lui attraverso lo smartphone. Non ha sentito il suo profumo, non lo ha potuto toccare. Maria ha salutato il figlio in punto di morte.   

Renata, Anna, Paola, Lucia non hanno potuto riscuotere la propria pensione. Sono troppo giovani per usufruire della convenzione tra l’arma dei Carabinieri e Poste Italiane, che avrebbe permesso loro di ricevere la pensione “a casa”.    

Entrate il 6 aprile del 1961 poco più che bambine sono ancora agli Istituti riuniti, anziane ma non troppo, in quello che viene chiamato il “repartino delle ragazze”. Con una disabilità che, per i “miracoli” della sanità, al compimento dei 65 anni scomparirà. Saranno solo anziane.   

Andare a riscuotere la pensione per loro è importante, è una delle tante azioni di vita autonoma che continuano gelosamente a conservare: andare al mercato, una piccola passeggiata, due chiacchiere sulle panchine di piazza Garibaldi. Maria, Anna, Paola, Lucia sono disorientate, impaurite. Disorientate dall’isolamento imposto alla struttura per proteggerla dal Covid 19.

Carlo, sempre elegante, l’immancabile sciarpa e sigaretta in bocca, usciva tutte le mattine per un cappuccino al bar, un passaggio al tabaccaio e in altri negozi per piccoli acquisti per gli ospiti che non possono uscire. Dappertutto i suoi buongiorno con la sua voce riconoscibile al buio. Carlo si è chiuso nel silenzio. Fuma sempre e non parla più. Il suo silenzio parla per lui. È la risposta all’isolamento che abbiamo imposto alla nostra struttura per proteggerla dal Covid 19.

"Quando tutto questo finirà - commentano i vertici degli Istituti riuniti - le cronache di questa pandemia che ha stravolto le nostre vite e quelle delle persone fragili delle quali ci prendiamo cura, si trasformeranno in storie. Arricchiranno la storia del San Giovanni Battista, a Chieti da oltre 150 anni. Cuore della città. Oggi, ci stiamo preparando a riaccogliere, in piena sicurezza, i familiari e a organizzare brevi uscite per gli ospiti che possono farlo. Il nostro impegno, in questi mesi, sarà quello di  organizzare la struttura per non farci trovare impreparati in un’eventuale recrudescenza del Covid, per non essere costretti a chiudere di nuovo al mondo esterno i nostri ospiti". 

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La presidente e il consiglio di amministrazione desiderano ringraziare il direttore sanitario Bassam El Zohbi e tutto il personale sanitario che, dicono, "mai come in questo periodo, si è stretto intorno ai nostri ospiti. Gli uffici amministrativi coordinati dalla dottoressa Luisa Caramanico, impegnati oltre ogni dire, nella ricerca di Dpi e tutto quanto necessario per garantire le misure igieniche di profilassi. I privati cittadini e imprese del territorio che hanno confermato la sensibilità e l’attaccamento al San Giovanni Battista donando Dpi nel  momento in cui essi erano introvabili: Gessica Riccitelli dell'associazione Habibi, Art Design di Vasto che ha cucito per il nostro personale mascherine in tessuto, il sindaco di Chieti, Umberto Di Primio, l’onorevole Fabrizio Di Stefano, Esa Energie, il consigliere comunale Stefano Costa, D’Angelo confezioni, il Rotary Club di Chieti".

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