Giornata mondiale Infanzia, Save the Children: "In Abruzzo una ragazza su 5 non studia e non lavora"

In Abruzzo già prima della crisi Covid il 23,2% dei minori viveva in povertà relativa. Asili nido solo per il 12,3% dei bambini e dispersione scolastica al 9,8%.

Un Paese e una regione, l’Abruzzo, non “a misura di bambino”, ma ancor meno “a misura di bambine”, che si sono trovati ad affrontare l’emergenza Covid-19.  A dirlo è Save the Children dopo la diffusione dell'undicesima edizione dell’Atlante dell’infanzia a rischio in Italia “Con gli occhi delle bambine”, con una forte denuncia sulla necessità di intervenire alla radice delle diseguaglianze che colpiscono le ragazze. Urgente intervenire con risorse adeguate nelle “zone rosse” della povertà educativa

Bambine e ragazze che in Italia pagano sulla loro pelle disuguaglianze di genere sistematiche e ben radicate nella nostra società, che si formano già nella prima infanzia, che le lasciano indietro rispetto ai coetanei maschi e che, con la pandemia, sono deflagrate.

In Italia, circa 1 milione e 140 mila ragazze tra i 15 e i 29 anni rischiano, entro la fine dell’anno, di ritrovarsi nella condizione di non studiare, non lavorare e non essere inserite in alcun percorso di formazione, rinunciando così ad aspirazioni e a progetti per il proprio futuro. Un limbo in cui già oggi, in Abruzzo, è intrappolato il 22,2% delle giovani, contro il 22% dei coetanei maschi. Percentuali, per quanto riguarda le ragazze, ben lontane dai picchi che si avvicinano al 40% in Sicilia e in Calabria, ma distanti altresì da quelle nei territori più virtuosi, come il Trentino Alto Adige, dove le ragazze Neet sono il 14,6% (comunque quasi il doppio rispetto ai ragazzi, 7,7%).

Divari di genere che a livello nazionale si ripercuotono anche sul fronte occupazionale, con un tasso di mancata occupazione tra le 15-34enni che raggiunge il 33% contro il 27,2% dei giovani maschi, un dato comunque grave. L’istruzione resta un fattore “protettivo” per il futuro delle ragazze, ma anche le giovani che conseguono la laurea stanno pagando cara la crisi: tra le neolaureate che in Italia hanno conseguito il titolo di primo livello nei primi sei mesi del 2019, solo il 62,4% ha trovato lavoro, con un calo di 10 punti percentuali rispetto al 2019, mentre per i laureati maschi – pur penalizzati – il calo è di 8 punti (dal 77,2% al 69,1%), con retribuzioni comunque superiori del 19% rispetto alle neolaureate.

Un Paese, quello fotografato da Save the Children, dove nascono sempre meno bambini e dove la povertà intrappola il loro futuro nelle aree più svantaggiate, nelle periferie educative, privandoli delle opportunità di coltivare passioni, talenti e aspirazioni. Questa l’Italia delle bambine, dei bambini e degli adolescenti sulla quale si è abbattuta la scure dell’emergenza Covid con conseguenze socio-economiche che rischiano di rendere ancor più profonde le disuguaglianze.

In Abruzzo, il 23,2% dei minori vive in condizioni di povertà relativa, un dato in linea con la media nazionale che si attesta al 22% e soprattutto di regioni come la Calabria (42,4%) e la Sicilia (40,1%) che si trovano ai primi posti di questa triste classifica. La Lombardia appare ad ogni modo lontana dai territori più virtuosi, quali il Trentino Alto Adige (8,3%) e la Toscana (9,8%) che presentano le percentuali più basse di minori in povertà relativa.  

Già prima della pandemia, nel nostro Paese, 1 milione 137 mila minori (l’11,4% del totale) si trovavano in condizioni di povertà assoluta, senza avere cioè lo stretto necessario per condurre una vita dignitosa. Un dato in calo rispetto al 12,6% del 2018, ma che tuttavia rischia di subire una nuova impennata proprio per gli effetti del Covid-19, se non saranno messi subito in campo interventi organici per prevenire una crescita esponenziale come quella avvenuta a seguito della crisi economica del 2008, quando la percentuale di povertà assoluta minorile è quadruplicata in un decennio (era il 3,1% nel 2007).

Sono solo alcuni dei dati che emergono dal nuovo Atlante dell’infanzia a rischio “Con gli occhi delle bambine” diffuso a pochi giorni dalla Giornata mondiale dell’Infanzia e dell’Adolescenza da Save the Children - l’Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro – giunto quest’anno alla sua undicesima edizioneQuest’anno l’Atlante apre una finestra sulla condizione dell’infanzia nel nostro Paese e nella regione Abruzzo, restituendoci una fotografia fatta di povertà minorile e disuguaglianze educative, e propone un approfondimento sulla condizione di bambine e ragazze, evidenziando per loro un futuro post pandemia a rischio.

“Già prima dell’emergenza Covid, l’ascensore sociale del Paese era fermo: in Italia si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione, di costruirsi un futuro migliore. Un Paese che aveva già dimostrato di aver messo l’infanzia agli ultimi posti tra le proprie priorità e che di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada mettendo i bambini e gli adolescenti al centro delle proprie politiche di rilancio”, denuncia Daniela Fatarella, Direttrice Generale di Save the Children Italia. “Abbiamo una generazione intera da proteggere, una generazione per la quale il futuro si costruisce a partire da oggi, in Abruzzo così come nel resto del Paese. E in questa spinta per la ripartenza, le bambine e le ragazze possono e devono essere un volano di sviluppo. I dati e le analisi tracciano per loro un percorso pervaso di ostacoli, sfide, problemi, ma mostrano allo stesso tempo la loro capacità di resilienza, del loro saper fare di più anche con minori risorse e della loro spinta a proiettarsi verso l’esterno, ad impegnarsi nella vita pubblica. Nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per il Next Generation Eu che l’Italia sta definendo, c’è la volontà di impegnarsi nel superamento delle diseguaglianze di genere. È fondamentale andare alla radice di queste diseguaglianze, prevedendo investimenti specifici dedicati a liberare talenti e potenzialità dell’universo femminile. Se per uscire dalla crisi il nostro Paese intende davvero scommettere sulle capacità delle donne, questa scommessa dovrà partire dalle bambine, a partire da quelle che vivono nei contesti più svantaggiati”.

Lo smottamento demografico del paese

Un Paese che sta perdendo il suo capitale umano più importante: i bambini.  I dati mostrano un calo dei nuovi nati, confermando come nel nostro Paese sia in atto un continuo smottamento demografico, che procede a passo sempre più spedito: negli ultimi dieci anni abbiamo perso oltre 385 mila minori, che oggi rappresentano il 16% del totale della popolazione mentre l’incidenza degli 0-14enni è la più bassa tra i Paesi dell’Ue (13,2% contro il 20,5% della capofila Irlanda). Tra le province abruzzesi, è L’Aquila quella con la percentuale più bassa di minori sul totale della popolazione (14,4%), mentre Pescara fa registrare il valore più alto (15,8%). Volgendo lo sguardo al resto del Paese, invece sono due province sarde – Oristano e Sud Sardegna – quelle con la percentuale più bassa in Italia di minori sul totale della popolazione (rispettivamente 12,5% e 12,9%), seguite da Ferrara al 13,2%. Sul fronte opposto, tra le province più giovani, troviamo Bolzano al 19%, Napoli al 18,8% e Caserta al 18,5%.

Solo nel 2019 il nostro Paese, con poco più di 420 mila nascite (poco più di 8.500 in Abruzzo), ha fatto registrare una diminuzione di oltre 19 mila nati rispetto all’anno precedente (-4,5%) e a fine 2020, nell’anno della pandemia, secondo le ultime previsioni dell’Istat potrebbe conoscere una ulteriore riduzione di 12 mila unità, portando le nuove nascite a quota 408 mila a fine anno e a 393 mila nel 2021.  A ridurre il brusco calo, solo l’incidenza dei minori con cittadinanza straniera, che oggi in Italia sono l’11% del totale, con Prato (28,4%), Piacenza (22,2%) e Parma (19,5) le province italiane con le percentuali più alte, seguite dalle lombarde Milano (19,2%) e Lodi (18,9%). L’Abruzzo registra il numero più alto in provincia di L’Aquila (10,8%) e Teramo (10%) mentre le percentuali più basse sono nelle province di Chieti (7,1%) e Pescara (5,7%). Un esercito di bambine e bambini spesso nati e cresciuti in Italia, che reclamano i loro diritti di cittadinanza.

Il rischio di essere lasciati indietro: l’aumento della povertà educativa

L’aumento della povertà educativa come conseguenza della crisi legata al Covid-19 rischia concretamente di tradursi nella perdita di apprendimenti e competenze educative, nell’incremento della dispersione scolastica così come del numero di giovani tagliati fuori da percorsi di studio, di formazione o lavorativi, tutti fenomeni già ben presenti prima dell’arrivo del virus.

Basti pensare alla possibilità di frequentare un asilo nido o un servizio per la prima infanzia, che in Lombardia resta un privilegio per pochi: nell’anno scolastico 2018/2019 solo il 12,3% dei bambini aveva accesso a servizi pubblici offerti dai Comuni, un dato leggermente inferiore a quello della media nazionale del 13,2%. In Calabria (3%), Campania (4,3%) e Sicilia (6,4%) le percentuali più basse a livello nazionale, mentre sul lato opposto della graduatoria troviamo la provincia autonoma di Trento al 28,4% e l’Emilia Romagna al 27,9%. Ma anche nel percorso di crescita, gli indicatori di povertà educativa confermano una situazione difficile già prima dell’emergenza, anche se c’è da sottolineare come l’Abruzzo faccia registrare risultati migliori rispetto alla media del Paese: nella regione quasi 1 giovane su 10 (il 9,8%) abbandona la scuola prima del tempo, al di sotto della media nazionale che segna un tasso di dispersione scolastica del 13,5%; inoltre, in Abruzzo, il 22,5% dei giovani rientra nell’esercito dei NEET, cioè di coloro che non studiano, non lavorano e non investono nella formazione professionale, leggermente maggiore del dato a livello nazionale che fa registrare una percentuale media del 22,2%.

Anche al di fuori della scuola, le opportunità di crescita culturale, emozionale, creativa, di svago e di movimento che possono permettere ai bambini e agli adolescenti di sviluppare pienamente la propria personalità sembravano essere molto basse già prima dell’arrivo del virus: nel 2018-2019, in Abruzzo quasi la metà dei minori tra i 6 e i 17 anni non leggeva neanche un libro extrascolastico all’anno (un dato in linea con il 48% a livello nazionale), mentre il 21,6% dei bambini o adolescenti tra i 3 e i 17 anni non praticava alcuna attività sportiva, leggermente inferiore della media nazionale del 22,4%, quasi 1 su 4.

Le bambine e le ragazze accumulano durante il loro percorso scolastico delle lacune nelle materie scientifiche, già ravvisabili dal secondo anno della scuola primaria, ma che crescono via via: ad esempio a livello nazionale le bambine alla fine della primaria ottengono un punteggio medio ai test Invalsi di matematica di 4,5 punti inferiore rispetto ai coetanei, uno svantaggio che sale a -6 punti al 2° anno delle superiori, fino a -10 punti all’ultimo anno delle scuole superiori. Una differenza, a sfavore delle ragazze, che in media nella provincia di Teramo durante il percorso scolastico arriva a toccare -6,2 punti, in media con il -6,1 a livello nazionale, mentre la provincia abruzzese più virtuosa in tal senso è L’Aquila, dove la differenza di punteggi in matematica si assottiglia a -0,5.

Questa elevata ‘specializzazione’ di genere nell’ambito delle competenze scolastiche si riverbera poi nella scelta dell’indirizzo di studio, che rafforza queste differenze, e di conseguenza della facoltà universitaria. Secondo i dati forniti a Save the Children dal Miur relativi al 2019, in Italia tra i diplomati nei licei i ragazzi sono più presenti in quelli scientifici (il 26% di tutti i diplomati, rispetto al 19% delle diplomate) mentre le ragazze sono più presenti nei licei umanistici-artistici (il 42% di tutte le diplomate, solo il 13% dei diplomati). Guardando i dati dell’Abruzzo, ad esempio, meno di 1 ragazza su 4 (35,7%) si diploma al liceo classico o scientifico, così come il 19,6% si diploma in un istituto tecnico.

Quando si iscrivono all’università, inoltre, poche giovani in Italia scelgono le facoltà in ambito scientifico-tecnologico (STEM): solo il 16,5% delle giovani laureate tra i 25 e i 34 anni ha conseguito il titolo in questo settore, a fronte di una percentuale più che doppia (37%) per i maschi. Un percorso che conduce alla segregazione orizzontale nel lavoro e nelle carriere, nei settori più innovativi (STEM e ICT).

Nel mondo del lavoro, poi, le persistenti forme di discriminazione verso le donne fanno deragliare le prospettive di molte ragazze determinando un gap ancora significativo nelle percentuali di NEET tra i generi, che vedono più ragazze ai margini di ogni progetto per il loro futuro. In Italia, le giovani in questa condizione sono il 24,3%, contro il 20,2% dei maschi, rischiando entro la fine dell’anno di toccare quota 1 milione e 140 mila e raggiungere così i livelli del 2016. In Abruzzo le giovani neet sono invece il 22,2%, molto vicine al 22,8% dei coetanei maschi. Sicilia e la Calabria (rispettivamente al 39,9 e al 36,2%) le regioni con più giovani ragazze ai margini; Trentino Alto Adige e Veneto le più virtuose (14,6% e 15,6%). Una situazione che – in base ai dati sul mercato del lavoro degli ultimi mesi – è peggiorata per la crisi seguita all’emergenza Covid-19.

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