Venerdì, 14 Maggio 2021
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Foto del Duce su Facebook, l'Anpi: "Fascismo e libertà di opinione sono inconciliabili"

Il presidente onorario Fimiani commenta la notizia della condanna inflitta dal tribunale di Chieti al popolare social network che aveva censurato l'account un utente che pubblicava foto e post di Benito Mussolini

"Fascismo e libertà di opinione: una inconcilibilità in termini e per Costituzione". La pensa così il presidente onorario dell'Anpi Enzo Fimiani che in una nota commenta la notizia della condanna inflitta al social network Facebook dal giudice del tribunale civile di Chieti  a un risarcimento danni di 15mila euro nei confronti di un utente di estrema destra per aver censurato foto e post con riferimenti a Benito Mussolini. Post e commenti che sono 'costati' all'iscritto su Facebook quasi 4 mesi di account bloccato sul popolare social network.

"Ogni tanto, puntuale, - dice Enzo Fimiani -  riemerge e si concreta l’antico sogno di una parte dei giuristi. Quello di un diritto asettico, puro, che si regga in sé. Che permette di leggere la realtà soltanto servendosi di un registro buono per tutte le stagioni ma la storia è complessa e complicata ponendoci sempre davanti a un impatto fattuale degli atti, a conseguenze pubbliche, e civili, che spesso confliggono con  modelli formali teoricamente perfetti”.

Per il presidente dell'Anpi se si guarda alla sentenza del tribunale di Chieti in punta di diritto, si è davanti alla sanzione di una mera violazione rispetto a vincoli contrattuali sottoscritti dalle parti (Facebook e il suo privato utilizzatore). "Quindi c’entrano poco dimensioni ben più alte che vengono evocate dal ricorrente, come la “libertà di espressione” (qui: libertà totale, senza limite alcuno, di inneggiare alla dittatura fascista, al suo leader, alla Repubblica sociale e così via, nella sfera pubblica latamente intesa). Eppure, la libertà si connota, ed esiste, proprio in quanto ha limiti. Altrimenti si fa arbitrio. Non v’è libertà senza il dovere di rispettare regole comuni, pubbliche, senza le quali cade ogni possibilità di diritto. Oggi invece ci si richiama tutti a una presunta libertà, intesa come possibilità di muoversi senza vincoli, prendendo posizioni, pubbliche e non private, in contrasto con la storia e la natura stessa della comunità statuale vigente".

Se viceversa ponderiamo gli effetti pubblici – e civili – del pronunciamento, entrano in gioco ambiti e ricadute di ben maggiore portata. Rispetto ai quali si continua, spesso dolosamente, a perpetuare una doppia confusione. Essa riguarda soprattutto il passato che non vuole passare della storia dell’Italia contemporanea, il quarto di secolo che va dalla conquista del potere da parte del fascismo e giunge alla democrazia costituzionale italiana, passando attraverso una lunga dittatura, drammi e orrori, guerre e resistenze.

La prima confusione: tra un regime totalitario, nel suo autunno divenuto anche di stampo nazifascista, e una democrazia come quella italiana nata dopo il 1945, non v’è alcuna possibilità di compromesso. Si tratta di concezioni del tutto opposte. Può esistere o uno Stato che si richiami all’ordine nazifascista oppure uno Stato che si incardini in assetti democratici (fatta salva un’ovvia, ma fisiologica, “continuità dello Stato” nei meccanismi degli apparati che ne fanno funzionare la macchina). Pertanto, si può – sul piano storico – dire che dal dopoguerra si instaura in Italia una compagine statuale del tutto nuova, nei principi, nelle forme, nelle regole del gioco. Un’Italia che per la prima volta nella sua storia “inventa” e sperimenta la democrazia. Ho appena curato un volume proprio su questi temi: se fosse dipeso dal fascismo e dai suoi epigoni, mai e poi mai sarebbe nata la Repubblica democratica italiana. Se siamo in democrazia, e ne godiamo i frutti anche nei termini della famosa “libertà d’espressione”, lo dobbiamo, tutti, alla piena sconfitta del fascismo.

Questa - incalza Fimiani - non è un’opinione ma realtà fattuale della storia, indiscutibile. Se poi per giudicare Mussolini e il regime, dal punto di vista storico, non bastano tutti gli errori, le nefandezze, le violenze, le tragedie e il sangue nei quali hanno gettato gli italiani, le ferite e le lacerazioni che ancora oggi inquinano la vita civile di questo paese, allora davvero non esiste più limite e la storia nulla ci ha insegnato, almeno sul piano civile. Altra cosa, poi, è il lavoro scientifico degli storici, che indagano e interpretano il passato con metodo scientifico e scevro da pregiudizi, naturalmente. E altra cosa, ancora, è il lavoro dei giuristi, il rispetto “puro” delle norme.

La seconda confusione: ciascuno, nel proprio ambito privato, è legittimato e garantito a conservare, perpetuare, onorare il ricordo di ciò che meglio crede. Altra cosa è il contesto pubblico, nel quale - ricorda - conta invece una dimensione più ampia, che è quella della memoria civile. In tale sfera, vigono invece regole e limiti. Non si può, senza tradire la Repubblica, sia da cittadini sia, ancor più, da rappresentanti delle istituzioni repubblicane,  inneggiare all’esperienza storica esattamente opposta, che ha lottato strenuamente per non far nascere la democrazia italiana".

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