Covid 19, gli esperti: "Evitare i test fai da te, anche un negativo non deve abbandonare le precauzioni"

I dottori dell’associazione Docemus fanno chiarezza sui test diagnostici per il covid-19 e sui limiti dei test sierologici

Giuseppe Nubile

Mentre è iniziata ieri l’indagine sierologica sul Covid-19 in Abruzzo, dove oltre 5.500 cittadini saranno sottoposti ai test sierologici finalizzati a verificare la presenza di anticorpi nel sangue, i medici e i biologi dell’associazione Docemus di Torrevecchia Teatina, presieduta dal medico patologo Giuseppe Nubile (foto), ci hanno spiegato come funziona la diagnosi sierologica e come è meglio procedere per evitare falle nel processo diagnostico. 

“Sappiamo da moltissimi anni che la diagnosi sierologica delle malattie infettive è caratterizzata anche dal cosiddetto periodo finestra, che rappresenta l’intervallo di tempo tra l’infezione e la comparsa degli anticorpi. Questo periodo, caratteristico e variabile per ogni agente infettivo è una insidiosa falla nel processo diagnostico che può essere schivata solo conoscendola, evitando che una malattia infettiva non sia diagnosticata correttamente o non diagnosticata del tutto. Questo perché, nel periodo finestra la ricerca degli anticorpi sia di classe IgM che di classe IgG è negativa” spiegano il professor Nubile e il suo collega Antonio La Gioia citando un articolo apparso il 13 maggio sulla prestigiosa rivista scientifica Annals of Internal Medicine. 

Nell’articolo si evidenzia che per quanto riguarda la diagnosi diinfezione da Covid 19, dobbiamo fare i conti non solo con il periodo finestra degli anticorpi, ma anche con un ancora più insidioso periodo finestra per la ricerca diretta dello stesso virus. 

Gli autori, medici e ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, hanno dimostrato che la ricerca del virus tramite “tampone” risulta negativa (cioè il virus non viene trovato) per il primo giorno di infezione nel 100% dei soggetti infettati e, nel quarto giorno, nel 67%.  

I Falsi Negativi

Continuando con la cronologia dell’infezione, i ricercatori di Baltimora ci dicono che i sintomi della malattia compaiono generalmente (mediamente) nel quinto giorno dell’infezione. In tale giorno, il tasso di "Falso Negativo" è del 38%, il che equivale a dire che 38 soggetti sicuramente infetti e con sintomi specifici continuano ad avere un esito negativo alla ricerca del virus mediante tampone. Bisogna aspettare l’ottavo giorno per avere “solo” il 20% di FN.

“Per i ricercatori della J. Hopkins, dunque, bisogna stare molto attenti nella esclusione di malattia anche nei soggetti negativi per la ricerca virale – commenta il professor Nubile - specialmente se il quadro clinico suggerisce la possibilità di Covid 19. Gli stessi autori suggeriscono massima prudenza evitando cioè di usare questi risultati (vale a dire la negatività del tampone) per rimuovere le precauzioni usate per prevenire la diffusione dell’infezione”.

In pratica, occorre fare molta attenzione ai falsi negativi nella ricerca diretta del virus dal momento che il tasso di falsi negativi all’inizio è molto alto e dopo l’ottavo giorno scende al 20%. Di conseguenza la negatività al tampone non può escludere del tutto la presenza di infezione. 

“Se soggetto ha i sintomi della malattia (tosse, febbre, difficoltà respiratorie) deve essere considerato malato anche se il tampone è negativo - chiarisce il professor Antonio La Gioia -. Le esigenze sono duplici: trovare e curare i pazienti ed evidenziare i soggetti portatori per fini epidemiologici e di prevenzione della diffusione.  A questa seconda esigenza afferiscono tre categorie: i guariti, gli asintomatici e i soggetti negativi che non sono infettivi. Questi ultimi due sono trattati nello stesso modo: non viene fatto il tampone ma la sierologia per la ricerca degli anticorpi, cioè delle molecole che il sistema immunitario della persona ha prodotto a difesa della propria integrità contro il virus. Anche qui attualmente non c’è un test che ci permetta di dire con sicurezza che il soggetto è negativo”.

I test sierologici

I test sierologici ricercano gli anticorpi anti Covid 19 che ci dicono che il soggetto è stato a contatto con il virus almeno 8-10 giorni prima. Tra i soggetti negativi, però, ci sono quelli che devono essere trattati come potenzialmente positivi asintomatici e devono essere isolati perché hanno avuto contatti con positivi.

In definitiva, i test sierologici non possono ancora essere utilizzati per stabilire se un soggetto è malato, a meno che non abbia i sintomi della malattia, e non possono ancora dirci se avrà una immunità nei confronti del virus di tipo permanente e di che grado. Per questo dovremo aspettare i prossimi mesi e anni, dosando periodicamente le IgG dei soggetti originariamente positivi per vedere se questi anticorpi specifici permangono e per quanto. E dovremmo aspettare una seconda epidemia per vedere se si ammalano solo soggetti senza IgG o anche quelli che invece queste IgG anti Covid 19 le avevano.

No al fai da te

“Proprio la complessità diagnostica, la necessità di differenziare i soggetti malati da quelli portatori – conclude  il professor La Gioia - è assolutamente sconsigliato il fai da te al di fuori di un percorso istituzionale. Il soggetto che ha acquisito autonomamente una patente di immunità è pericoloso poiché, ritenendo di non essere infettante e di non essere infettabile, potrebbe comportarsi in maniera scorretta”.

Invece è sempre meglio comportarsi come chi non ha la sicurezza assoluta. E quindi distanza fisica, mascherina, igiene delle mani. 
 

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