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Un minuto per l'ultimo addio ai defunti, coperti da un lenzuolo col disinfettante: il racconto di un'agenzia funebre

Un lutto difficile da elaborare in mancanza di cerimonie pubbliche e conforto per i familiari delle persone morte dopo il contagio con il Coronavirus

È forse uno degli aspetti peggiori - se pure ce ne sono di migliori - di una malattia che non lascia scampo e che trasforma anche le persone più care in potenziali rischi. Oltre ad averci tolto le cose più belle e la gioia di stare insieme, il Coronavirus sottrae anche il tempo per il dolore, per dire addio a chi è stato sopraffatto da questa lotta, per salutare degnamente coloro che partono per l'ultimo viaggio. 

Così, il saluto ai defunti dura appena un minuto. Un cenno dal balcone di casa al carro funebre che resta lì solo il tempo di un giro della lancetta dell'orologio. Poi, in una città silenziosa, arriva all'ingresso del cimitero, dove il parroco, con tutte le precauzioni imposte in questo tempo di pandemia, impartisce l'ultima benedizione. A qualche metro di distanza, c'è un solo parente, l'unico ammesso, che spesso immortala in un video quel che sta accadendo, per inviarlo come minima consolazione a chi non può essere lì. Poi, il tempo per il saluto scade.

È il toccante racconto fatto all'agenzia Dire da Paolo Verrocchio, titolare di un'agenzia funebre di Montesilvano, che si è già occupata di una decina di funerali di persone contagiate dal Coronavirus. 

"Abbiamo inaugurato la nostra Funeral Home - racconta alla Dire - il 7 marzo. Un luogo confortevole, dove si possano vivere in raccoglimento le ultime ore con il proprio caro prima dell'ultimo saluto, ma non abbiamo fatto in tempo ad avviarne l'attività, che ci siamo ritrovati a vivere una pandemia. È stato uno stravolgimento per l'azienda. Fortunatamente, mio padre è stato previdente negli anni, per cui avevamo in magazzino una gran quantità di dispositivi di protezione che da quel che so non sono arrivati ai colleghi. Almeno nel nostro caso, sono stati diversi quelli che sono venuti a chiederci qualche tuta o qualche mascherina. Noi, ovviamente, gliel'abbiamo data".

Le bare di chi muore affetto da Covid-19 vengono sigillate subito, senza alcuna vestizione: i defunti vengono adagiati per l'ultimo viaggio con il pigiama che indossano, coperti da da un lenzuolo, imbevuto da una soluzione disinfettante. E, a quel punto, anche i professionisti hanno paura: 

"Non tanto per le persone decedute in ospedale - spiega Verrocchio - quanto nel momento in cui si va nelle abitazioni. Lì è più rischioso essendoci i parenti che sono in quarantena". Paura che cresce quando una diagnosi di Covid non c'è. È a quel punto che, buona parte della sicurezza viene dal corretto comportamento dei familiari: "Sono loro che devono dirci se aveva sintomi sospetti. Se è così, allora chiamiamo il medico di turno della Asl". E lui decide se la salma va in obitorio per il tampone.

Ma, oltre al rischio sanitario, i parenti si trovano ad affrontare un lutto che sembra inelaborabile: senza un funerale, un ricordo pubblico, il conforto di un parente, l'abbraccio di un amico. 

Due le storie, antitetiche, che Paolo racconta. Quella di una donna di 40 anni, affetta da Covid e confinata in casa, che vedendo passare il carro funebre della madre non ha resistito ed è corsa fuori per abbracciarla. A fermarla, il marito. In ospedale, invece, due figli straziati dal dolore che, perè, non sono voluti scendere a vedere, alla debita distanza, la salma della madre. "Temevano il contagio". Ecco che allora, qualcuno, chiede una fotografia.

E i pagamenti? "Si lavora in maniera ridotta e non sempre arrivano. Il momento non è facile per nessuno - sottolinea Paolo Verrocchio - Nessuno sta lavorando. Ma a queste persone non puoi di certo dire di no. Prova solo a immaginare un parente, magari un figlio, che vede uscire un genitore per andare in ospedale e lo rivede passare per un minuto sotto casa chiuso in una bara".

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