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Antonello Fassari al teatro Sirena: "Cesare dei Cesaroni sempre con me, ma alla fine facciamo i conti"

Quattro chiacchiere con l'attore e regista romano che torna in teatro, a Francavilla, con “Che amarezza”. "Cesare è un personaggio che in qualche modo mi ha cannibalizzato" racconta. "L'attore oggi? Poche repliche e poca gavetta"

Antonello Fassari torna in teatro con “Che amarezza”, lo spettacolo prodotto dalla Stefano Francioni Produzioni, diretto e interpretato da Fassari con testi dello stesso e di Gianni Corsi.  Venerdì 29 marzo, alle ore 21, l’attore - famoso per aver interpretato, tra gli altri, Cesare nella fiction “I Cesaroni” e il film “Romanzo Criminale” di Michele Placido - sarà al teatro Sirena a Francavilla al Mare per la stagione teatrale diretta dal maestro Davide Cavuti. 

“Che amarezza” è uno spettacolo che prende spunto proprio dall'intercalare di Cesare dei Cesaroni, uno dei personaggi più amati dell’attore: un uomo semplice che non trova espressione migliore per manifestare il proprio sdegno se non quella di ‘Che amarezza’, che per Fassari diventa pretesto per raccontare in vari quadri da dove viene, dove va, in un viaggio personalissimo a tappe.

“Lo spettacolo nasce perché volevo cimentarmi per la prima volta nel cosiddetto ‘one man show’ – racconta l’attore a ChietiToday -  e ho preso spunto dal tormentone di Cesare dei Cesaroni. ‘Che amarezza’ non è improntato a uno stile di cabaret, ma è molto teatrale nel senso che io faccio i conti con la maschera di Cesare che in qualche modo è un personaggio che mi ha cannibalizzato (Fassari ha interpretato Cesare per sei serie dei Cesaroni, una decina d’anni in tutto, ndr), ma questo è capitato anche a Zingaretti con Montalbano, a Scarpati con un Medico in famiglia e a tanti altri colleghi”.

Nel tentativo di indagare i motivi che rendono l’uomo contemporaneo così amareggiato è nato uno spettacolo che lascia allo spettatore come unica via di fuga per sfuggire ai dispiaceri della vita quella di sorriderci su.

Cesare Cesaroni è praticamente onnipresente in 'Che amarezza'?
Nello spettacolo c’è Antonello che viene spesso disturbato dalla voce di Cesare che lo critica, gli fa appunti, vuole avere spiegazioni e allora gli spiego che non è stato nè  il primo e non sarà nè l’ultimo dei miei personaggi …in 47 lunghi anni di lavoro. Diciamo che dovrò fare i conti con Cesare crede di farmi un funerale, ma in realtà sarà un ‘regolamento di conti’. 

L’amarezza è un qualcosa che proviamo tutti e spesso si lega al nostro rapporto con gli altri e agli accadimenti. Il suo spettacolo è un invito ad esorcizzare questo sentimento o a viverlo?
Se c’è un’intenzione catartica sinceramente va al di là della mia volontà: io faccio riferimento all’uomo, alla persona e al fatto che a volte di fronte a delle situazioni private, ma anche pubbliche, non ci sono più le parole per esprimere il proprio disappunto o la propria indignazione.

Antonello Fassari riprende questa tournée in teatro dopo una prima parte in autunno, quando è andato in scena al teatro Finamore di Gessopalena e al teatro di Avezzano. Secondo alcuni suoi colleghi, gli abruzzesi non avrebbero la risata facile a teatro forse perché meno abituati ad assistere alle commedie. Lei che ne pensa? 
Penso che gli abruzzesi siano un pubblico fantastico: io ho avuto modo di fare cose molto drammatiche al Teatro Stabile dell’Aquila che sono state seguite con passione. Ugualmente, con ‘Che amarezza’ mi hanno seguito e penso che siano ben altre regioni ad avere problemi. Gli spettacoli o fanno ridere o non fanno ridere: se poi in una serata c’è stata una risata in meno il pubblico non c’entra niente, ma soprattutto trovo che  fare paragoni con altri posti non abbia proprio senso. Ogni pubblico merita rispetto.

Che consiglio si sente di dare a chi sogna di fare carriera nel mondo della recitazione? 
Di lasciare perdere. A parte gli scherzi, gli aspiranti attori devono capire che oggi fare carriera è difficilissimo perché tutto il mondo dello spettacolo si sta orientando verso l’usa e getta. Di conseguenza, oggi un ragazzo per lavorare deve nel più breve tempo possibile diventare un ‘nometto’: una volta che è diventato un piccolo nome,  fa uno spettacolo che ha successo e viene bruciato subito. Quindi è un mestiere difficilissimo sia in sé che per trovare lavoro. Certo, oggi ci sono delle produzioni e delle compagnie più o meno fortunate ma la quantità di lavoro di prima e la possibilità di fare gavetta non esistono quasi più. Sono convinto che i giovani non amino il teatro o meglio, non ci credono. La maggior parte punta al cinema o ad altre cose. Per diventare un attore ci vogliono tanta pazienza e tanto palcoscenico e, purtroppo, gli spettacoli durano sempre meno e ci sono sempre meno repliche. Manca quella ‘palestra’ necessaria a chi vuole fare questo mestiere, quindi è molto difficile. Poi ci sono eccezioni e talenti naturali, ma oggi vedo pochi talenti naturali e nessuno che fa il mestiere nel senso più tradizionale. Abbiamo due tre talenti eccezionali e, in mezzo, il nulla. 

Tra poco Antonello Fassari varcherà la soglia di mezzo secolo di attività. Festeggerà questo traguardo, magari con un nuovo spettacolo? 
Non ci penso proprio! Il successo è un participio passato del verbo succedere… si può essere legati a una cosa che è successa? Se mi chiedessero qual è il lavoro che ti piace di più risponderei come facevano gli anziani contadini: 'il lavoro più bello è quello che farò domani'!.
 

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