"Lu Vinirdì Ssante a Chiéti": Aurelio Bigi racconta l'attesa della processione nel 1944

Il nuovo libro dell'esperto della storia delle confraternite abruzzesi è uno spaccato di vita all'indomani della fine della seconda guerra mondiale

Uno spaccato di vita popolare tra fede, tradizioni, credenze, superstizioni: è questo il dramma dialettale "Lu Vinirdì Ssante a Chiéte" scritto da Aurelio Bigi, esperto della storia delle Confraternite abruzzesi e delle varie processioni del Cristo morto.

In questo lavoro Bigi descrive come veniva vissuta la giornata del Venerdì santo a Chieti all'indomani della fine della seconda guerra mondiale. "Una giornata di vigilia stretta, di lutto, di raccoglimento, con le sale cinematografiche chiuse, le radio che trasmettevano solo musica classica, il suono delle campane sostituite dal rumore dei crotali (tricch'e ttracche)".

C'è quindi il ricordo della processione del 1944 che uscì limitatamente a piazza San Giustino, gremita di fedeli e dei tantissimi sfollati presenti a Chieti. I tedeschi che fecero irruzione in cattedrale per cercare, invano, di rastrellare gli uomini che parteciparono alla processione. 

Il sacro timor di Dio che imperava nelle case dei teatini, il forte raccoglimento del popolo che assisteva allo sfilare del corteo, il capitolo metropolitano con le mozzette e cappucci di pelliccia, l'arcivescovo con la settecentesca cappa magna fornita di uno strascico lunghissimo, lo struggente Miserere, i tanti incappucciati e i simboli realizzati da Raffaele Del Ponte, le statue del Cristo morto e della Madonna Addolorata portati dai confratelli dell'Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti, con le tuniche nere e le mozzette dorate.

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Un giorno incantato nel quale tutti i teatini si ritrovano, coralmente.
 
"L'opera - fa sapere Aurelio Bigi - è stata stampata. Ora tocca a qualche compagnia dialettale metterla in scena".

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